Psicoterapia, Psicologia e Counseling

Massimo Calanca, psicologo, psicoterapeuta, art-counselor, antropologo esistenziale didatta, Presidente di CinemAvvenire

Perché e come faccio lo psicoterapeuta e il counselor

Quando, 40 anni fa, andai per la prima volta "in analisi", pensavo che ero quasi perfetto, ma avevo qualche problema fastidioso nelle relazioni con gli altri e con le donne, per cui, se fossi andato da uno psicoanalista, sarei diventato perfetto davvero.

Non andò proprio come avevo immaginato. Più procedevo e più scoprivo cose che "non andavano". Mi accorgevo che la vita che vivevo era povera di sapore e di senso. L'amore non poteva essere soltanto quella sensazione scialba, mista di bisogno e di razionalità, che da un lato mi impediva di vivere da solo in autonomia, e dall'altro mi faceva tenere a distanza la mia partner per evitare coinvolgimenti eccessivi. E le relazioni con gli altri potevano essere diverse da quelle che conoscevo, prive di una vera intimità e di una profonda fiducia.

Da allora ho fatto molta strada e la mia vita è cambiata profondamente. Non è diventata certamente perfetta, ma è più ricca di emozioni e sentimenti, di dolori e di gioie, di amore e, soprattutto, di senso. Per raggiungere questi risultati e conquistare una serenità e un equilibrio soddisfacenti, ho innanzitutto vissuto e poi ho lavorato con diversi psicoanalisti e psicoterapeuti, ho studiato psicologia e psicoterapia e sono diventato io stesso psicoterapeuta. Perché?

Perché mi sono reso conto che lavorare con gli altri mi aiuta a continuare a lavorare su me stesso. Aiutare gli altri mi permette di aiutare me stesso a continuare a crescere. Perché la crescita come persone non finisce mai, anche se si possono raggiungere tante tappe nel cammino di realizzazione di sé.

 

Crescere in quale direzione? E che significa diventare persone? E cos'è la realizzazione di sé?

Penso che ci sia una direzione evolutiva dell'universo, della vita e dell'uomo. Una direzione verso l'aumento della complessità. Per quante distruzioni ed aumenti dell'entropia (cioè del disordine) incontriamo nella realtà e nella vita e conosciamo nell'universo grazie alla scienza, non c'è dubbio che nelle stelle, nelle galassie e sulla terra la legge dell'entropia in parte si capovolge, entrano in azione forze e leggi che invertono la direzione della sua freccia: mentre il disordine aumenta in altre zone e territori, alcune parti della realtà viaggiano verso l'aumento dell'ordine e della complessità. Noi esseri umani siamo parte di questo processo. Il nostro corpo ed il nostro cervello sono quanto di più complesso e ordinato esista nel cosmo, e ancora di più lo sono i prodotti della cultura e dell'arte. Questo non elimina certo la distruttività, anzi la rende per certi versi ancor più pericolosa, sia sul piano materiale (tecnologia) che su quello spirituale (onnipotenza), aumentando perciò nello stesso tempo la nostra responsabilità. Così come i nostri guadagni nell'ordine e nella complessità possono creare aumenti di disordine altrove, vicino o lontano da noi nel tempo e nello spazio, e sta a noi la responsabilità di fare in modo che questo non provochi disastri irreversibili per noi stessi, per i nostri simili, per le generazioni future e per la vita in tutte le sue manifestazioni.

Ma conoscere i pericoli distruttivi non può farci rinunciare a crescere sulla via della complessità, sul piano psicologico, culturale e spirituale, cioè nella consapevolezza, nella creatività, nella libertà e nella capacità di amare. A questo ci sentiamo "chiamati", sia a livello individuale che collettivo, da una forza interna che non è condizionamento culturale ma esigenza profonda e naturale. E' la voce del sé personale (o, qualcuno preferisce dire, della coscienza), che è innanzitutto individuale, ma partecipa anche di una dimensione sociale e "cosmica". Nel senso che noi non possiamo che partire da noi stessi, perché senza l'Io non esistiamo; ma non esistiamo neanche senza il Tu, perché nasciamo e cresciamo in relazione agli altri. E il nostro cammino esistenziale è dentro al cammino dell'universo. Siamo composti di "polvere di stelle" (nel vero senso della parola, perché gli atomi che ci compongono sono stati forgiati nelle fucine nucleari stellari), e "impastati" con le leggi del cosmo, della natura e della vita. Leggi che non possiamo ignorare né tantomeno negare, ma che possiamo trascendere evolvendoci. E' qui che nasce la nostra libertà, come evoluzione all'interno del processo necessitante che ha portato dal big bang a noi. Come creazione di un livello di "energia" superiore alla materia/energia da cui siamo nati: il livello della spiritualità, dell'anima, che è materiale e immateriale allo stesso tempo.

Diventare persone

La forza che ci spinge a superarci, a crescere dal "già raggiunto" al "non ancora", a rendere possibile quello che prima era impossibile - che in questo continuo cammino di crescita dà senso alla nostra vita - è contenuta nel nostro sé e noi la esprimiamo come forza dell'amore e della libertà. Essa è analoga a quella misteriosa "superforza" che gli scienziati stanno cercando per unificare completamente le quattro forze fondamentali della fisica. Anzi, ne è un'evoluzione a livello umano, sempre in direzione dell'ordine e della complessità.

Coltivare e sviluppare queste energie, queste qualità umane conquistate con l'evoluzione, cioè la libertà e l'amore, in se stessi e nella relazione con gli altri, significa diventare persone. Perché la persona è, nella definizione dell'antropologia esistenziale di A. Mercurio cui faccio riferimento, un essere umano capace di amarsi, di amare e di essere amato nella libertà.

Amarsi non vuol dire egoismo. L'amore di sé si contrappone all'amore dell'altro solo in una logica lineare, della scissione, dell'aut aut; ma non nella logica dialettica e circolare che è propria della vita e dell'esistenza. La saggezza esistenziale elementare comprende benissimo che, se non so amare me stesso, non saprò amare nessun altro. E, di conseguenza, non sarò amato. Ma fermarmi all'amore di me stesso renderà il mio amore sterile e povero, per cui per amarmi davvero devo amare l'altro, e devo essere capace di essere amato.

L'amore di cui parlo non si fonda sul bisogno della simbiosi (non posso stare senza di te), ma sulla libertà, la decisione e il dono. Posso stare senza di te, posso odiare me stesso e gli altri, posso permettermi l'egoismo più sfrenato senza troppi sensi di colpa. Ma decido liberamente di amarmi, di amare gli altri e la vita, di donarmi e di donare amore. E' questo il cammino per diventare persona. Ed è già una realizzazione di me e delle mie potenzialità.

Il progetto di vita

Ma la realizzazione di sé significa anche altre cose. L'amore e la libertà non rimangono fini a se stessi, ma si indirizzano allo sviluppo della creatività e alla realizzazione di un progetto di vita.

La creatività è la capacità di "inventare" il nuovo, di scrivere il proprio verso nella vita, di arricchire la realtà del proprio originale apporto, assemblando in modo inedito e trasformando i "materiali" che la vita ci mette a disposizione: avvenimenti, esperienze, gioie, dolori, vittorie, sconfitte; dando ad essi nuovo senso e significato, inserendoli in un racconto nuovo su noi stessi, facendo della nostra vita "un'opera d'arte", seguendo a livello esistenziale il talento artistico che ognuno di noi possiede.

Anche questo è realizzare il proprio progetto. Che per ciascuno di noi è originale ed unico, ed iscritto nel proprio sé. Significa che ciascuno di noi ha un proprio "compito" da realizzare, una "chiamata" da ascoltare e seguire, nell'infinita varietà dell'universo e della storia umana.

Un progetto però che non è scritto una volta per tutte e che non ci precede (per cui non c'è bisogno di pensare ad un Progettista esterno e onnisciente), ma che è al tempo stesso in parte scoperto ed in parte inventato da noi stessi. Analogamente ai concetti della  matematica, che funzionano perché da un lato sono inventati dall'uomo e, nello stesso tempo, servono a scoprire le leggi della materia e della vita che sembrano scritte con lo stesso linguaggio (tanto che alcuni scienziati li ritengono una specie di idee platoniche eterne), così il nostro progetto e il nostro sé sono il frutto dialettico delle nostre decisioni libere e della nostra creatività da un lato, e dall'altro di quanto era già scritto nel programma evolutivo di cui siamo parte e nelle leggi della natura e della vita in cui è iscritta la nostra esistenza individuale.

La vita e la morte

Verso dove va tutto questo? Non è necessario saperlo con certezza, né tantomeno è possibile dimostrarlo. Possiamo solo sentirlo profondamente e altrettanto profondamente immaginarlo. Ognuno nella forma che più gli è congeniale. Nell'era contemporanea, in cui sono entrati in crisi i grandi racconti sul mondo, religiosi, ideologici, filosofici ed anche scientifici, ha scritto Joseph Campbell che è nel cuore di ogni uomo e di ogni donna il centro dello sguardo divino. Cioè, è dalla nostra creatività e dal nostro sentire, pensare ed agire che emerge la divinità, "quel dio che in parte siamo noi e che in parte dobbiamo ancora diventare" (A. Mercurio), indipendentemente e al di là di ogni eventuale credo religioso personale.

Questo pone in modo nuovo "il problema dei problemi" dell'essere umano, quello della morte. La contraddizione tragica tra la spinta continua ad evolverci, a crescere e a migliorarci e la consapevolezza crescente dell'inevitabilità della morte dell'Io, che caratterizza la condizione umana, può essere affrontata e trasformata anche al di fuori di convinzioni religiose trascendenti. Nessuno ci impedisce di pensare (come altrettanto nessuno ci impone, è una questione di gusti e di "convenienza" esistenziale) che quel particolare livello di energia dotata di una specifica identità che avremo raggiunto con la nostra crescita, realizzando l'opera d'arte della nostra vita (piccola o grande che sia non ha importanza), possa continuare ad esistere anche dopo la morte del nostro corpo. La scienza non lo afferma né lo nega, ma ci da i presupposti per pensarlo. Come un software che si trasferisce in altro hardware, o se preferite come un insieme di informazioni che si aggira per l'universo (o, se vogliamo, da un universo all'altro degli infiniti universi previsti dalla cosmologia quantistica e dalla teoria delle stringhe) "cavalcando" onde di energia, un po' come fanno da tempo i messaggi radiotelevisivi, l'anima che ci siamo costruiti possiamo immaginarla immortale, sia dentro che fuori lo spazio-tempo di questo universo.

Questa immaginazione "mitica" non ci sottrae al dolore della morte. Così come niente può sottrarci del tutto al dolore della vita. Ma può aiutarci ad affrontare il secondo come un passaggio necessario per trasformarci e crescere esistenzialmente, un processo di "morte-rinascita" spirituale nel nostro percorso evolutivo verso l'aumento della complessità e della consapevolezza. E può in qualche modo aiutarci a considerare anche il primo come il passaggio estremo di "morte e rinascita", spaventoso ma inevitabile, e necessario forse per raggiungere un nuovo livello e una nuova dimensione di esistenza.

Il mio lavoro come psicologo, psicoterapeuta e counselor

State tranquilli. Se in qualche modo pensate di rivolgervi a me professionalmente, non crediate che io vi sottoponga ad un percorso teorico di questo tipo. Il mio lavoro consiste più semplicemente nell'aiutarvi innanzitutto a liberarvi di alcuni condizionamenti più fastidiosi, a trasformare alcuni schemi mentali, emotivi e comportamentali più invalidanti e ad alleviare il dolore dei vostri traumi antichi e della vostra esistenza attuale. E poi anche nell'aiutarvi a far emergere la vostra capacità di amare, la vostra creatività e il vostro progetto più autentico. Il tutto senza "insegnarvi" niente, ma aiutandovi majeuticamente a trarre da voi stessi le vostre qualità e i vostri talenti, la vostra capacità di autoguarigione e di autotrasformazione, le potenzialità e i valori di cui siete portatori, il vostro progetto di persona.

Potremmo anche non parlare mai delle cose che ho scritto sopra, anche se è difficile che esse non entrino autonomamente in un processo di trasformazione e di crescita esistenziale. Ma in un modo o nell'altro esse non potranno che orientarmi nel percorso che farò insieme a voi, così come mi hanno aiutato nel mio percorso personale. Perciò è importante che io le dichiari fin dall'inizio, per onestà e trasparenza.

 

L'ascolto, l'empatia e la relazione d'aiuto

Io credo, con Rogers e gli psicologi umanistici, che la cosa veramente importante nei processi terapeutici di trasformazione e di crescita sia la relazione empatica, prima ancora e al di là della tecnica. Una relazione autentica, che trasforma sia il cliente che il terapeuta. Per cui all'inizio di ogni rapporto terapeutico ritengo fondamentale l'ascolto, privo il più possibile di schemi interpretativi prefabbricati (pre-giudizi) ed aperto perciò all'accettazione incondizionata dell'altro e alla messa in discussione degli stessi schemi mentali del terapeuta. L'ascolto è alla base della relazione, ma la relazione vera e propria viene dopo. E richiede di mettersi in gioco autenticamente, con tutto se stessi, e perciò anche con quello che pensiamo, sentiamo e crediamo. Senza pretendere di aver ragione o di convincere l'altro, ma con verità e autenticità. E la verità e l'autenticità richiedono anche di sapere che il rapporto, almeno inizialmente, per quanto onesto e basato sulla reciprocità, non è e non può essere del tutto simmetrico. Il paziente o il cliente vengono da me perché stanno male, hanno un disagio più o meno grande da affrontare, e si aspettano legittimamente che io possa aiutarli sapendone almeno un po' più di loro. Se dicessi che siamo "alla pari" sarebbe una finzione, per quanto "politicamente corretta" e esistenzialmente tranquillizante, e la verità non potrebbe non agire sottotraccia, cioè inconsapevolmente, innanzitutto per il cliente e forse anche per me. Perciò è molto meglio che il substrato di pensiero e sentimento che guida la mia vita e le mie relazioni sia il più chiaro possibile fin dall'inizio. Chiaro non vuol dire immutabile, con una pretesa di verità assoluta. Al contrario, vuol dire disponibile a mettersi in discussione e a trasformarsi. Del resto, tutto quello che ho detto sopra è stato il frutto non solo del mio pensiero, ma di un continuo rapporto dialogico con altri pensatori, altri terapeuti, altre persone, tra cui tanti  pazienti, ed è profondamente cambiato nel tempo. Io credo che una delle cose più belle del mio lavoro, insieme alla gioia di veder le persone star meglio e trasformarsi, sia anche poter continuamente confrontare il mio pensare e il mio sentire sulla vita con l'esperienza, il pensiero, il sentire e la realtà degli altri.

Metodi, tecniche e debiti di pensiero ed esperienza

Ma veniamo anche al metodo e alle tecniche nel mio lavoro. Anche se è la relazione la cosa più importante, è ovvio che il metodo e le tecniche hanno un ruolo significativo. Già ho parlato dell'ascolto, che è il primo elemento metodologico, per il quale esiste una tecnica precisa: quella dell'ascolto attivo e del rispecchiamento di Carl Rogers.

Il mio lavoro si basa soprattutto sulla parola. La mia è una psicoterapia essenzialmente verbale che si fonda sulla psicodinamica psicoanalitica di Freud e dei suoi successori, dalla teoria dei meccanismi di difesa di Anna Freud al pensiero di Melania Klein e degli psicoanalisti della scuola inglese (Fairbairn, Winnicot, ecc.). Dal pensiero di Jung ho tratto l'interesse per la dimensione spirituale, il concetto di sé, quello di sincronicità e gli archetipi dell'inconscio collettivo. Dalla psicologia umanistica la visione dell'uomo come portatore di una capacità di autoguarigione e autorealizzazione e di un bisogno fondamentale di realizzazione di sé, delle proprie potenzialità e del proprio progetto. Bowlby mi ha aiutato a trasportare il concetto di trauma dai meccanismi intrapsichici freudiani alla realtà delle "relazioni oggettuali", cioè in parole più semplici all'esperienza concreta del bambino (nei primi mesi e anni di vita, ma anche già dalla vita intrauterina) nei suoi rapporti con la madre, il padre, i fratelli e le altre figure significative. Questo mi ha portato ad approfondire gli schemi mentali e comportamentali indagati dalla psicologia cognitivo-comportamentale e a considerare la loro ripetizione non solo un  completamento della "coazione a ripetere" di Freud, ma anche un'opportunità a rimettere in discussione e a trasformare modalità di pensiero, di emozione e di comportamento da noi create un tempo di fronte al dolore infantile ed oggi diventate gabbie inadatte a vivere liberamente e creativamente. La coazione a ripetere gli schemi è un meccanismo della psiche che tende a riprodurre l'esperienza conosciuta e i meccanismi di difesa con cui abbiamo reagito ad essa (una sorta di imprinting); la spinta ad utilizzare questa ripetizione come occasione di cambiamento del nostro modo di reagire al trauma, e quindi degli schemi stessi, viene dal sé e dalla sua tendenza a sollecitare l'Io a crescere e a realizzare le proprie potenzialità.

 


Antonio Mercurio e la sophianalisi

A mettere insieme tutto questo e ad arricchirlo con una visione più ampia e profonda della saggezza e della creatività artistica dell'essere umano è stato il pensiero di Antonio Mercurio e l'esperienza realizzata nella sua scuola, in particolare con la sophianalisi (analisi della saggezza profonda e sé come istanza trascendentale e non solo unificatoria), la sophia-art (unificazione degli opposti e creatività artistica applicate per "fare della propria vita un' opera d'arte") e la cosmo-art (attenzione al rapporto tra l'Io, gli altri e l'universo, concetto di coralità, nuovi miti dell'evoluzione umana e dell'immortalità possibile).

Il modo in cui lavoro

Le metodologie e le tecniche da me utilizzate vengono dal bagaglio di conoscenze e di esperienze acquisite negli studi e nella pratica, soprattutto nell'ambito dell'I.P.A. (Istituto di Psicoterapia Analitica) e della S.U.R. (Sophia University of Rome), ma anche in altre scuole e tendenze con cui sono in vario modo entrato in relazione e che ho citato sopra.

All'analisi verbale psicoanalitica (lapsus, atti mancati, sogni, ricordi infantili, associazioni libere, analisi del transfert e del controtransfert, ecc.), unisco metodologie gestaltiche (dialoghi della sedia vuota), bioenergetiche (epressione corporea di emozioni), psicodrammatiche (drammatizzazioni individuali e di gruppo), narrative (scrittura creativa e autobiografia, fantasie guidate, ecc.), scrittura di elenchi analitici degli schemi mentali, emotivi e comportamentali e di decisioni e "compiti" per la trasformazione graduale degli stessi. A tutto questo aggiungo da molto tempo l'uso delle immagini cinematografiche e dei linguaggi artistici. E' questa una particolarità del mio metodo di lavoro a cui tengo molto e che considero parte importante della mia originalità come psicologo e psicoterapeuta, anche se molti altri usano il cinema e l'arte in questo campo.

L'arte e la crescita esistenziale

L’arte ha avuto spesso, nella storia e nelle varie culture, una funzione “terapeutica” e trasformativa, per i fruitori, per la società e per gli stessi artisti. Ed è ormai consapevolezza diffusa che l’arte può essere molto efficace nell’innescare processi autopoietici ed autotrasformativi, grazie proprio all’energia creativa che porta con sé, condensata in una particolare sintesi di forma e contenuto. La relazione d’aiuto a mediazione artistica è antica quanto il mondo. Dagli sciamani alla tragedia greca, dalle danze rituali ai riti dionisiaci, dai dervisci ai giullari, dalla commedia dell’arte al teatro, dall’arte visiva sacra e profana, fino alle arti-terapie contemporanee, l’arte ha sempre avuto, in un modo o nell’altro, anche una funzione catartica, trasformatrice e majeutica, che ha aiutato le persone e le società ad affrontare il male di vivere, a trascendere i propri limiti, a elaborare i propri lati oscuri, a unificare gli opposti che caratterizzano la vita e a trovare equilibri più avanzati e più armonici.

Il cinema

La nascita del cinema ha creato una nuova forma d’arte che da un lato unifica in sé vari linguaggi (scrittura, letteratura, teatro, arti visive, musica, architettura, ecc.);  e, dall'altro, si incentra essenzialmente su storie di vita (reali o fantastiche) di esseri umani “normali”.

Il cinema è, secondo me, la forma d’arte più adatta a lavorare per l’arte di vivere. Ha scritto F. Truffaut: “avere un’idea sul cinema significa avere un’idea sul mondo”. E Gillo Pontecorvo (il Presidente fondatore di CinemAvvenire, l'associazione di cui oggi sono presidente e che ha al suo interno anche una scuola di formazione per art-counselor): “Il cinema deve servire a capire di più la vita ed a viverla meglio”.

La potenza del cinema e delle immagini audiovisive è ben nota e, nella società della comunicazione e dell’immagine viene spesso utilizzata a fini di consumo, di interesse e di potere. Per fortuna, il cinema e la comunicazione audiovisiva portano in sé una contraddizione che è aperta ad esiti opposti. Come ha dimostrato McLuhan, il linguaggio e la comunicazione  audiovisiva realizzano una sintesi tra le diverse capacità degli emisferi destro e sinistro del cervello umano, tra il pensiero lineare e logico e il pensiero circolare, olistico, multidimensionale, e questa loro potenza può essere utilizzata per ottenere effetti del tutto diversi. Da un lato può determinare la separazione progressiva dell’uomo dalla realtà, in una specie di totale autorispecchiamento narcisistico che ne determina la morte psicologica e spirituale. Dall’altro può unificare logica ed intuizione, ragione ed emozione, analisi e sintesi, pensiero lineare e pensiero circolare, favorendo la crescita della persona e un arricchimento straordinario della cultura e della spiritualità umana.

Il mio modo di utilizzare l'arte e il cinema

Nell'associazione CinemAvvenire, e nella mia attività di psicoterapeuta e di counselor, utilizziamo il cinema con due modalità: sia leggere il cinema che “fare” il cinema.

Per la lettura del film utilizziamo un metodo specifico che, partendo dall’analisi di alcune sequenze particolari (all’inizio, alla fine e nel cuore del film) e dal linguaggio cinematografico utilizzato, estrae alcune chiavi di lettura utili alla elaborazione del problema. Per la realizzazione di filmati – dal soggetto al film – utilizziamo una metodologia di gruppo (il gruppo antropologico) che promuove la coralità, cioè una modalità di lavorare insieme che fa emergere un’energia creativa superiore alla somma delle creatività individuali dei partecipanti. Dalle opere d’arte cinematografica traiamo spunti, suggestioni, occasioni di riflessione sui valori umani, che aiutano a capire la vita ed a viverla meglio. Mentre l’uso attivo e creativo del linguaggio cinematografico aiuta le persone e i gruppi a trasformare il disagio e il conflitto e a maturare esistenzialmente e socialmente. L’efficacia di questo metodo sta nel fatto che il cinema, da un lato, con il suo linguaggio ci spinge ad identificarci sia con lo sguardo della macchina da presa e dell’autore, sia con i personaggi e le situazioni del film; dall’altro, con la struttura del racconto e la sintesi degli opposti rappresentate, evoca il nostro progetto esistenziale profondo, rimettendolo in gioco.

L’evocazione attraverso la fruizione dell’arte di contenuti interiori in forma simbolica ha un effetto liberatorio e spesso catartico; mentre la “messa in forma” di vissuti, conflitti, sentimenti, fantasie e situazioni problematiche, attraverso un uso attivo dei mezzi espressivi, facilita la presa di coscienza e la decisione del cambiamento e aiuta sia le persone che il gruppo ad entrare e poi ad uscire dal caos, realizzando un equilibrio nuovo e più avanzato. (“Bisogna avere un caos dentro di sé per generare una stella danzante”, ha scritto Friedrich Nietzsche).

Invito a chi è interessato

Tutto questo sta dentro il mio lavoro di psicoterapeuta, sia quando si svolge a livello individuale, sia quando si svolge in un gruppo. Esercito la mia attività in due studi a Roma, uno sulla via Nomentana (Via Cartesio, 151) e l'altro nel quartiere San Lorenzo (Viale dello Scalo San Lorenzo, 51), all'interno dell'associazione CinemAvvenire.

Chi fosse interessato a lavorare con me, a sperimentare come, attraverso questo lavoro, può migliorare la sua vita e a compiere insieme a me una tappa del suo viaggio esistenziale e del suo percorso di crescita, oppure volesse soltanto saperne di più, può contattarmi telefonicamente o via Internet: 335.6137864 - mcalanca@libero.it.

 

Massimo Calanca

Psicologo, psicoterapeuta, art-counselor e antropologo esistenziale didatta.

Presidente dell'associazione CinemAvvenire

Vedi anche: http://cinemavvenire.it/art-counseling

scuolacounselingroma.it

Vedi anche il filmato: https://www.facebook.com/massimo.calanca.94/posts/10207014576956132


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Federico Falconieri | Risposta 30.05.2016 21.51

Grazie Massimo per le belle parole e per avermi insegnato a crescere.

Angelo 31.05.2016 09.43

Grazie Massimo e Giuliana, avete creato una delle più grandi scuole di formazione, di vita, di gioia che e di trasformazione della persona che esiste.

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Commenti più recenti

31.05 | 09:43

Grazie Massimo e Giuliana, avete creato una delle più grandi scuole di formazione, di vita, di gioia che e di trasformazione della persona che esiste.

...
30.05 | 21:51

Grazie Massimo per le belle parole e per avermi insegnato a crescere.

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31.05 | 09:37
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