Il cinema

 

Perché uso il cinema nel mio lavoro di psicoterapeuta , di psicologo e di counselor?

La nascita del cinema alla fine dell’800 ha creato una nuova forma d’arte che unifica in sé vari linguaggi (scrittura, letteratura, teatro, arti visive, musica, architettura, ecc.), si incentra più di altre su storie di vita (reali o fantastiche) di esseri umani “normali” (dagli dei, agli eroi, agli uomini comuni).

Il cinema è, secondo me, la forma d’arte più adatta a lavorare per l’arte di vivere.

Ha scritto François Truffaut: “avere un’idea sul cinema significa avere un’idea sul mondo”. E Gillo Pontecorvo (il grande regista Presidente fondatore dell’associazione CinemAvvenire): “Il cinema deve servire a capire di più la vita ed a viverla meglio”.

                                        La potenza del cinema

La potenza del cinema e delle immagini audiovisive è ben nota e, nella società della comunicazione e dell’immagine, viene spesso utilizzata a fini di consumo, di interesse e di potere.

Per fortuna, il cinema e la comunicazione audiovisiva portano in sé una contraddizione che è aperta ad esiti opposti. Come ha dimostrato McLuhan, il linguaggio e la comunicazione  audiovisiva realizzano una sintesi tra le diverse capacità degli emisferi destro e sinistro del cervello umano, tra il pensiero lineare e logico e il pensiero circolare, olistico, multidimensionale, e questa loro potenza può essere utilizzata per ottenere effetti del tutto diversi.

Da un lato può determinare la separazione progressiva dell’uomo dalla realtà, in una specie di totale autorispecchiamento narcisistico che ne determina la morte psicologica e spirituale.

Dall’altro può unificare logica ed intuizione, ragione ed emozione, analisi e sintesi, pensiero lineare e pensiero circolare, favorendo la crescita della persona e un arricchimento straordinario della cultura e della spiritualità umana.

                              Come utilizzo il cinema nel mio lavoro

Io utilizzo il cinema in psicoterapia e nel counseling con due modalità: soprattutto nel “leggere” il cinema, ma anche, in certe circostanze e specialmente nei gruppi, nel “fare” il cinema.

Per la lettura del film utilizzo un metodo specifico che, partendo dall’analisi di alcune sequenze particolari (all’inizio, alla fine e nel cuore del film) e dal linguaggio cinematografico utilizzato, estrae alcune chiavi di lettura utili alla elaborazione del problema.

Per la realizzazione di filmati – dal soggetto al film – utilizzo una metodologia di gruppo (il gruppo antropologico) che promuove la coralità, cioè una modalità di lavorare insieme che fa emergere un’energia creativa superiore alla somma delle creatività individuali dei partecipanti.

Dalle opere d’arte cinematografica traggo insieme ai pazienti spunti, suggestioni, occasioni di riflessione sui valori umani, che aiutano a capire la vita ed a viverla meglio. Mentre l’uso attivo e creativo del linguaggio cinematografico aiuta le persone e i gruppi a trasformare il disagio e il conflitto e a maturare esistenzialmente e socialmente.

Sia nella lettura corale (in gruppo, ma anche in due) di un film, che nella creazione di un filmato si determina un clima particolare di fiducia, di amicizia e di solidarietà, che si esprime nella creatività corale e che è importante per la crescita e la maturazione sia del gruppo che dei singoli partecipanti.

L’efficacia di questo metodo sta nel fatto che il cinema, da un lato, con il suo linguaggio ci spinge ad identificarci sia con lo sguardo della macchina da presa e dell’autore (identificazione primaria), sia con i personaggi e le situazioni del film (identificazione secondaria); dall’altro, con la struttura del racconto e la sintesi degli opposti rappresentate, evoca il nostro progetto esistenziale profondo, rimettendolo in gioco.

                                         Il pensiero narrativo

Il pensiero narrativo funziona secondo alcune regole di fondo, veri e propri schemi mentali (o schemi narrativi) che rendono la comprensione dei racconti in gran parte un processo di anticipazione, di riconoscimento di tali strutture costanti nella storia mentre ci viene narrata. Questi schemi narrativi interagiscono tra loro attraverso l’integrazione delle informazioni e le inferenze tra conoscenze precedenti di testi, del mondo e del contesto, e in una dialettica continua tra canonicità (costanza) e innovazione (discrepanza).

Questo processo corrisponde da vicino a quello che noi facciamo continuamente dentro di noi, ristrutturando attraverso schemi narrativi (consci ed inconsci) la storia che ci raccontiamo su noi stessi, cioè la nostra personalità e identità. In altre parole il nostro senso del Sé personale è frutto di un continuo processo narrativo.

Si capisce allora perché il racconto in generale e quello di un film in particolare hanno la capacità di influire profondamente sul nostro Sé narrativo, rimettendolo in gioco come e forse più di una esperienza realmente vissuta. E’ anche per questo che è molto importante, nella formazione dei bambini, narrare loro delle storie e delle favole.

                           L'efficacia del linguaggio cinematografico

La narrazione filmica è ancora più efficace perché le caratteristiche regressive della fruizione cinematografica, determinate dalla sala buia, dalla relativa immobilità del corpo, dalla fruizione collettiva e nello stesso tempo individuale, dalla sensazione narcisistica “primaria” di immersione totale nel flusso audiovisivo, dal coinvolgimento dei sensi più incisivi come la vista e l’udito, ecc., allentano per così dire le difese più rigide dell’io e lo stesso principio di realtà.

Come ho già detto sopra, ciò facilita un processo di identificazione che agisce a due livelli: uno cosiddetto primario, che riguarda l’identificazione dello spettatore con la macchina da presa o con il proprio sguardo che, attraverso di essa, diventa policentrico e onnipresente, soddisfacendo come un voyeur onnipotente la propria pulsione scopica; ed uno cosiddetto secondario, che riguarda l’identificazione ai personaggi (a tutti, sia positivi che negativi, sia “buoni” che “cattivi”, sia vincenti che perdenti, ecc.), alle situazioni drammatiche, dall’esito in parte imprevedibile ed in parte del tutto atteso, allo svolgimento del racconto.

C’è poi una forte analogia tra le immagini in movimento del film e la produzione fantastica, conscia ed inconscia, dell’essere umano. Innanzitutto c’è la vividezza delle immagini e la forte impressione di realtà che esse trasmettono, tanto nel cinema quanto nel sogno; ma c’è anche e soprattutto la similarità tra il linguaggio cinematografico, e in particolare il montaggio, con le sue “metafore metonimiche” (dissolvenze incrociate, accostamenti simbolici per contiguità, ecc.) da un lato, e dall’altro il lavoro onirico del sogno e il linguaggio dell’inconscio (spostamento, condensazione, figurazione, associazioni per contiguità e non per somiglianza, ecc.). [Cfr J. Chasseguet-Smirgel, Per una psicoanalisi dell’arte e della creatività, e C. Metz, Cinema e psicoanalisi].

Inoltre, nel cinema si determina un particolare rapporto tra spazio e tempo, analogo a quello dell’inconscio e della fantasia e allo spazio-tempo della relatività di Einstein: il tempo diventa spazio e lo spazio diventa tempo. Infatti, una durata può essere espressa soltanto attraverso una certa lunghezza di pellicola e, viceversa, una forma spaziale attraverso una certa durata delle immagini sullo schermo. Inoltre, sia il tempo che lo spazio possono essere dilatati o contratti, come nel sogno, o subire salti improvvisi, avanti e indietro, nel futuro e nel passato e in ogni direzione.

C’è poi un particolare rapporto con il reale, di cui le immagini cinematografiche sono una rappresentazione analogica, un doppio, che, per quanto imperfetto, dà una forte impressione di realtà. Una impressione di presenza pur con la consapevolezza di un’assenza: ciò che è rappresentato appare reale e presente, mentre per definizione è assente (perché si sa che è stato girato in altro tempo e in altro luogo); e irreale, perché è costruito dal nostro cervello unificando in un’impressione di movimento fluido fotogrammi separati e immobili. Il cinema, anche in questo simile al sogno, può parlare soltanto nel qui e ora, anche se parla del passato.

Gli stacchi tra le sequenze e i piani, i punti di vista continuamente diversi, i limiti stessi dell’inquadratura che escludono gran parte della realtà circostante, costringono lo spettatore ad una ricostruzione continua del reale con la sua fantasia e ad un’aspettativa continuamente “in sospeso”. Ciò determina passaggi inevitabili di emotività intensa, strutturalmente connessi alla visione cinematografica, anche indipendentemente dai contenuti della storia raccontata.

Tutti questi elementi strutturali del film creano nello spettatore uno spaesamento continuo, non meno perturbante perché consapevolmente accettato, che rimette continuamente in gioco i limiti tra fantasia e realtà. Molti autori hanno ricordato la struttura edipica, il conflitto tra Desiderio e Legge, sottostante ad ogni racconto e ad ogni storia. Secondo alcuni lo spettatore è catturato proprio dallo scarto iniziale tra un soggetto desiderante e un oggetto del desiderio e l’arte della narrazione consiste nel regolare la realizzazione del desiderio, sempre differita e ostacolata, fino alla fine del racconto. [Cfr. J.Aumont e altri, Estetica del film;  A.J. Greimas, Semantica strutturale].

                                     Il mito di realizzazione di sé

Ma secondo me c’è di più: esiste una analogia profonda tra la struttura del racconto (di ogni racconto) e la struttura archetipica del mito di realizzazione di sé che è dentro ciascun essere umano: il mito della crescita e della realizzazione della persona, del viaggio della vita, della trasformazione e dello sviluppo attraverso situazioni di passaggio e di “morte-rinascita” [Cfr C. G. Jung, L’uomo e i suoi simboli;   J. Campbell, Mitologia creativa  e I mille volti dell’eroe, C. Vogler, Il viaggio dell’eroe].

L’archetipo del mito di realizzazione di sé e la sintesi degli opposti, presenti in ogni storia, nei film d’arte evocano il progetto personale profondo dello spettatore. Secondo la sophia-analisi, questo mito interno è la manifestazione del progetto contenuto nel Sé personale di ciascun essere umano, a sua volta collegato ad un progetto più generale che lo trascende, quello della vita e del cosmo [Cfr. A. Mercurio, Teoria della persona].

Il mio ruolo di psicoterapeuta e di counselor in questo processo sta anche nel fatto che l’incisività del messaggio cinematografico, dovuta ai fattori ricordati sopra, non è affatto automatica. Essa dipende sia dalla qualità artistica del film, sia dal livello di crescita culturale e spirituale dello spettatore e dalla sua disponibilità a mettersi in gioco. Nel mio lavoro con il cinema il mio ruolo consiste perciò:  nel preparare e favorire la disponibilità ricettiva dello spettatore/cliente; nell’aiutarlo a “leggere” certi elementi simbolici del film, in modo che risuonino più efficacemente nella sua anima; nel favorire l’incontro e il dialogo profondo tra la sua umanità e quella dell’autore, sui temi fondamentali della vita, che stanno sempre dietro e dentro l’opera d’arte, anche se essa non li affronta esplicitamente e sembra raccontare piccole storie e aspetti minori dell’esistenza. Un dialogo che trasforma e arricchisce continuamente sia il fruitore che l’opera stessa.

Gillo Pontecorvo e Massimo Calanca ad una delle prime edizioni di CinemAvvenire alla Mostra del Cinema di Venezia

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Commenti più recenti

04.05 | 12:29

Mi fa molto piacere il suo commento. Massimo Calanca

...
04.05 | 12:05

parole chiare che mi orientano

...
31.05 | 11:43

Grazie Massimo e Giuliana, avete creato una delle più grandi scuole di formazione, di vita, di gioia che e di trasformazione della persona che esiste.

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30.05 | 23:51

Grazie Massimo per le belle parole e per avermi insegnato a crescere.

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