L'identità e la persona

L'identità e la persona

 Tra le domande fondamentali che ci poniamo nei momenti di crisi esistenziale forse la più frequente è: chi sono io veramente? Tra le forze contraddittorie che mi abitano, le ambivalenze che caratterizzano i miei pensieri, sentimenti ed azioni, il desiderio di adeguarmi agli altri per farmi accettare e le spinte ad essere diverso e a trasgredire, la volontà di amare e di creare e quella di odiare e di distruggere, dove sono io? Qual è la mia vera identità? Quella che mi distingue e mi rende unico e che rimane al fondo di me stesso,

nonostante le crisi e i cambiamenti?

 “Per identità intendo un vissuto psicologico e interiore dotato di continuità e di coerenza (riconoscersi in qualche modo come identici a se stessi, pur nel variare dei parametri di tempo e di spazio)” (Cfr. Luigi Zoja,  Nascere non basta, e A.A. V.V., L’identità come problema. La pratica analitica).

Che cosa significa “identità” ?  Identità significa uguaglianza. Ciò vale sia per gli organismi biologici, sia per le personalità degli esseri umani, sia per le società e le culture.

Nella personalità individuale dell’uomo l’identità è ciò che rimane sostanzialmente stabile nonostante i cambiamenti apportati dall’esperienza. Anche per le società e le culture l’identità è costituita da ciò che permane attraverso il tempo nonostante gli accadimenti storici e le trasformazioni da essi apportate.

Quello che resta, al di là di tutti i cambiamenti, è una forma strutturale sostanziale, attorno alla quale si “collocano” e trovano il loro posto tutte le novità.

 Negli esseri umani, oltre ad una parte della forma strutturale, ciò che permane e rende l’individuo unico è anche la memoria dell’esperienza. La vita, ad ogni livello, è conoscenza sedimentata dell’esperienza di relazione con l’ambiente ed il contesto e selezionata evolutivamente negli individui e nelle specie (Cfr Humbero Maturana e Francisco Varela, L’albero della conoscenza; e Autopoiesi e cognizione. La realizzazione del vivente). Nell’essere umano la sedimentazione dell’esperienza avviene attraverso la memoria, sia quella individuale che quella trasmessa culturalmente.

Inoltre, l’esperienza umana è inevitabilmente strutturata dal linguaggio, dall’universo linguistico dei simboli che rendono gli accadimenti dell’esperienza individuale comprensibili al soggetto e condivisibili con gli altri, cioè significativi individualmente e socialmente.

L’unione della memoria e del linguaggio fa si che l’identità umana, sia individuale che sociale e culturale, si strutturi come racconto, cioè in una forma narrativa, sia essa “autobiografia” mentale personale (in parte consapevole ed in parte inconscia) oppure tradizione, storia e mito collettivo.

Nel linguaggio psicologico e antropologico che io utilizzo, tutto questo è rappresentato dal rapporto tra il Sé personale,  il Sé corale (comunitario, sociale) e il Sé cosmico, che si manifesta come intreccio tra mito personale, mito sociale-culturale e mito cosmico (più o meno scientifico o fantasioso).  In altre parole, ognuno di noi, che lo sappia o no, si racconta continuamente una storia su se stesso, nella quale tenta di unificare la molteplicità delle esperienze vissute e di dare senso al percorso della sua vita.

E’ il Sé la forma strutturale sostanziale che non cambia, nonostante tutti i cambiamenti della storia del nostro corpo e della nostra esperienza esistenziale, e che da un lato ci permette di continuare a definirci “io”, anche se il nostro io  è composto da molte parti (io corporeo, io psichico, io relazionale, io sociale, io bambino, io adulto, ecc.), parti che cambiano profondamente nel corso della nostra storia fin quasi a scomparire del tutto (per esempio, le nostre cellule muoiono e vengono completamente sostituite in un certo periodo di tempo).

Affrontare veramente il problema dell’identità, che ci si propone soprattutto nei momenti di crisi, significa avviare e proseguire un dialogo costante con il Sé, un dialogo tra il nostro Io e il nostro Sé. Un dialogo che si svolge ponendosi domande profonde, senza attendere che la risposta arrivi immediatamente, ma con la fiducia che prima o poi arriverà, sotto forma di intuizione, di emozione profonda, di voce interiore, oppure di un incontro o di un avvenimento esterni che, per così dire, ci “capiteranno”.


L'identità nella storia

L’identità consapevole della psiche e della personalità umana inizia ad emergere, sia nella storia dell’uomo (filogenesi) che in quella dell’individuo (ontogenesi), contemporaneamente all’autocoscienza, cioè alla coscienza di sé. Prima in modo embrionale, poi sempre più chiaramente, l’individuo emerge e si differenzia dal rapporto simbiotico iniziale con la madre e con il gruppo.

Nella storia della specie, per centinaia di migliaia di anni l’identità individuale è rimasta sostanzialmente intrecciata e condizionata dalle forme del vivere sociale e dalla cultura del gruppo.

Solo negli ultimi secoli essa si è enormemente sviluppata in direzione della soggettività, cioè della crescita delle istanze e della volontà dell’individuo rispetto a quelle del gruppo, spesso in aperta dialettica o addirittura in conflitto con esse. E’ cioè avvenuto un approfondimento della differenza, in parte sempre esistita ma ora estremamente più forte, tra identità e ruolo, cioè “l’insieme delle aspettative con cui una collettività percepisce la posizione e la funzione dell’individuo in seno ad essa” (Cfr. Luigi Zoja, op. cit.).

Il problema dell'identità

Il problema dell’identità cioè, come noi lo concepiamo oggi, nasce nell’era moderna, solo quando è possibile concepire la domanda “chi sono io”.

La domanda sull’identità nasce da un lato come reazione alla dissoluzione dei legami sociali e delle appartenenze e allo sradicamento dei riferimenti – sia l’una che l’altro tipici dell’era moderna; e dall’altro in relazione allo sviluppo della nozione di persona in Occidente. C’è uno stretto rapporto fra la questione dell’identità personale e lo sviluppo dell’individualismo.

Identità e comunità

L’uomo è un animale sociale. L’individuo non può esistere che in relazione. L’individuo in sé non esiste (Cfr. M. Buber, Il principio dialogico). Ognuno si definisce sempre come essere-in-relazione, come membro di una comunità particolare, politica, culturale, linguistica, religiosa o altro, al limite familiare.

La condizione umana è tale che l’individuo è sempre inserito in un orizzonte di valori, in un campo culturale e storico-sociale, ed è a partire da questo orizzonte e da questo campo che egli interpreta se stesso.

L’uomo è un essere situato. Sin dalla nascita noi siamo già qualche cosa – qualcosa in rapporto a cui noi siamo obbligati a collocarci, non fosse altro che per distanziarcene. La comunità alla quale apparteniamo, quale che sia la sua natura, è almeno in parte costitutiva del nostro io. Che si tratti di aderire o di rompere, le nostre scelte avvengono sempre su uno sfondo già esistente.

Ma si tratta pur sempre di scelte, per cui resta la nostra libertà e la nostra responsabilità. E inoltre non c’è solo il contesto, ci siamo anche noi. Ognuno di noi è portatore di bisogni, desideri e progetti specifici, di una “missione” da realizzare nel mondo. L’identità è il risultato della dialettica costante tra queste due parti. Infine, la nostra situazione nel tempo non è chiusa nel presente, essa è legata ad un passato che ha definito la nostra identità e ad un futuro che la rimette in questione.

L’identità è il risultato in parte di una costruzione ed in parte di una scoperta. E’ costituita da decisioni che prendiamo di fronte agli accadimenti del mondo, in base a fini che noi scopriamo in parte dentro noi stessi, con il progredire dell’esperienza e della crescita personale, ed in parte in virtù della nostra appartenenza ad un contesto sociale comune.

Le decisioni sono quelle dell’Io. E la scoperta, nel  mio linguaggio, è la scoperta del Sé personale e del suo progetto in rapporto al Sé comunitario e cosmico, cioè alla cultura e al progetto profondo della società e del gruppo a cui apparteniamo e alle leggi dell’universo e del suo divenire.

Identità e appartenenza

Contemporaneamente allo sviluppo dell’individualismo, la modernità ha portato con sé la svalorizzazione delle appartenenze. Le comunità organiche sono state combattute e svalutate come strutture sottoposte al peso delle tradizioni e del passato, che impediscono l’emancipazione umana.

L’individuo moderno diventa libero da legami religiosi (non è più vincolato ad alcuna religione e non c’è più un aldilà che lo consoli), da legami politici (nessuno deve sottostare al potere di un altro), da legami ecologici (la scienza e la tecnica sembrano eliminare i condizionamenti naturali), da legami economici (ognuno può pensare ad “arricchirsi” senza dover contribuire al benessere degli altri),  da legami comunitari (dissolvimento dei vincoli comunitari, emancipazione dai ruoli di appartenenza, liberazione dalla morale sessuale tradizionale e da norme e valori considerati sorpassati) (Cfr. Wilhelm Schmid, La vita bella. Introduzione alla filosofia dell’arte della vita).

Ma l’individuo, tolto dal suo contesto di appartenenza, diventa anche fondamentalmente simile ad ogni altro, per cui per questa via avviene contraddittoriamente anche una riduzione della differenza e una promozione della somiglianza (l’ideologia del medesimo, l’affermarsi della società di massa e dell’omologazione, ecc.), che raggiungerà il suo apogeo con la globalizzazione.

Le appartenenze “naturali” vengono dapprima sostituite con nuove forme: lo Stato-nazione, la classe sociale, le identità politiche. Il nazionalismo si nutre di un immaginario dove si mescolano la storia, la cultura, la religione, le leggende popolari, ecc., tutte in vario modo rivisitate e utilizzate come valori e modelli e come grandi racconti: racconto dello Stato-nazione, racconto dell’emancipazione del popolo lavoratore, racconto della religione del progresso, ecc. Non ha nessuna importanza se queste credenze rinviano a una realtà oggettiva, a una realtà idealizzata o a un mito: l’immaginario collettivo è una realtà, il gruppo ha bisogno per strutturarsi di rappresentazioni e immagini comuni.

La crisi dell’identità nell’epoca contemporanea

Con la caduta dei grandi racconti sul mondo caratteristica dell’era postmoderna, l’immaginario collettivo si banalizza nell’ideologia effimera della società dell’immagine e dei media. L’apparenza e la notorietà televisiva si sostituiscono al riconoscimento dell’altro e del gruppo. Nel pensiero postmoderno il linguaggio e i sistemi linguistici perdono ogni ancoraggio con la realtà ed il mondo extra linguistico e divengono sistemi chiusi in cui il significato si separa dall’esperienza. Il significato e ogni forma di discorso si esauriscono all’interno del mondo linguistico e si dissolvono in una pluralità di rimandi autoreferenziali.  Ha scritto J. Derridà: “Non c’è nulla al di fuori del testo”.(Cfr. La scrittura e la differenza  e Della grammatologia )

Il sé e l’identità diventano così continuamente mutevoli aderendo alle molteplici forme di discorso che compongono l’universo linguistico che preesiste all’individuo. Per cui, invece di un senso di sé indipendente e unitario, i post moderni ci mostrano un processo di moltiplicazione del Sé, che cambia continuamente forma in relazione alla pluralità di universi di discorso a cui l’individuo quotidianamente partecipa (costruzione sociale del Sé e delle emozioni). (Cfr. Giampiero Arciero, Studi e dialoghi sull’identità personale. Riflessioni sull’esperienza umana ). Pirandello aveva anticipato questo discorso con la sua visione dell’individuo come “uno, nessuno, centomila”.

L’identità narrativa e l’autobiografia

Ma il linguaggio, per quanto passaggio ormai obbligato per l’elaborazione e la comprensione di qualsiasi significato, allontanatosi nella storia della cultura dalla natura da cui è nato, non è privo di referenze “esterne” nella realtà, anzi è nato proprio per meglio comprenderla e padroneggiarla socialmente, anche se a costo della perdita della polisemia del reale. (Cfr. Umberto Galimberti, Gli equivoci dell’anima). Inoltre, esso non può eludere  la dimensione temporale dell’esperienza, anzi è in stretta relazione con essa, per cui nell’esperienza linguistica al presente della vita si sovrappongono continuamente l’attimo precedente e il momento successivo. Per cui noi abbiamo accesso all’esperienza attraverso il linguaggio, ma esso non può che strutturarsi come racconto: è solo la connessione sequenziale degli eventi in una trama di significati che rende intelligibile la temporalità dell’esperienza. (Cfr. Paul Ricoeur, Tempo e racconto).

Per questo motivo nella mia attività di psicoterapeuta utilizzo il lavoro dell’autobiografia. A volte facendo scrivere ai pazienti e ai clienti il racconto della propria vita, più spesso rotornando più volte verbalmente a farmi raccontare la loro storia, rivisitata dopo ogni nuova esperienza e scoperta importante.

Il pensiero autobiografico è quell’insieme di ricordi della propria vita trascorsa, di ciò che si è stati e che si è fatto, che ripercorriamo in cerca di un nuovo senso. Il pensiero autobiografico in qualche modo ci cura. Mentre ci rivediamo alla moviola (“sviluppiamo i negativi della nostra vita”, come ha detto Marcel Proust), ci riprendiamo tra le mani, “ci prendiamo in carico (in cura) e ci assumiamo la responsabilità di tutto ciò che siamo stati o abbiamo fatto e, a questo punto, non possiamo che accettare” (Cfr. D. Demetrio, Raccontarsi. L’autobiografia come cura di sé). Ma questo non significa rassegnazione. Da un lato significa accettazione, cioè amore per noi stessi. Dall’altro può significare decisione di cambiare o di lasciare andare qualche parte di noi, proprio alla luce dell’esperienza passata rivisitata, meglio compresa  e “metabolizzata”.  Cioè è un’occasione di trasformazione esistenziale che guarda al futuro.

L’identità narrativa è un dinamismo continuo, la costruzione dell’identità del personaggio e della storia che permane nel continuo fluire della vita. Attraverso la riconfigurazione dell’esperienza in un racconto, il senso di permanenza può essere integrato con la mutevolezza del proprio accadere. Nella costruzione della storia di una vita si compongono l’esperienza effettiva (i fatti e gli accadimenti della vita) con la continuità del senso (data dalla struttura della trama, che ordina l’esperienza in una connessione di significati che la rendono fluttualmente stabile nel tempo).

Contemporaneamente, nella costruzione di una storia di vita, si unificano il rapporto con se stessi (il riferimento all’esperienza effettiva della nostra esistenza) e la relazione con l’altro. Il significato che noi diamo alla nostra esperienza del vivere prende forma attraverso uno “sforzo di appropriazione” della propria esperienza, mediato dall’interdipendenza con la comunità culturale (e familiare) di cui siamo partecipi. L’altro da me partecipa alla costituzione della mia identità e alla comprensione di me attraverso la reciprocità degli scambi emotivi e linguistici (figura di accudimento, famiglia, gruppo sociale, scuola, lavoro, ecc.). L’esperienza dell’Io nell’autobiografia si rivela profondamente intrecciata al Noi.

Ho parlato più volte dell’importanza che attribuisco al Sé. Un elemento caratterizzante del Sé è proprio il suo manifestarsi in forma narrativa, sia per quanto riguarda l’individuo (una narrazione personale che le esperienze rimodulano continuamente), sia per quanto riguarda i gruppi (miti e storie identitarie), sia per quanto riguarda l’universo nel suo insieme e la noistra collocazione in esso (cosmogonie mitologiche e cosmologie più o meno scientifiche o frutto di opinioni personali o di mode culturali).

Ha scritto lo psicoanalista junghiano Robert H. Hopcke (Nulla succede per caso. Le coincidenze che cambiano la nostra vita): “Essere umani significa raccontare storie, vivere e usare dei simboli per dare senso alla nostra vita, cercare un’esperienza profonda e diretta di ciò che trascende la nostra limitata esistenza mortale…”  Scrive Andrea Smorti, uno psicologo cognitivista che ha studiato il pensiero narrativo (Il Sé come testo. Costruzione di storie e sviluppo della persona): “Che cosa è il Sé? Non è facile definirlo. Ce lo possiamo però rappresentarecome un testo che giorno dopo giorno viene scritto dal soggetto stesso e dagli altri”. Il lavoro dell’autobiografia è un modo efficace di scoprire e di dialogare con il proprio Sé, alla ricerca della propria autentica identità.

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Commenti più recenti

04.05 | 12:29

Mi fa molto piacere il suo commento. Massimo Calanca

...
04.05 | 12:05

parole chiare che mi orientano

...
31.05 | 11:43

Grazie Massimo e Giuliana, avete creato una delle più grandi scuole di formazione, di vita, di gioia che e di trasformazione della persona che esiste.

...
30.05 | 23:51

Grazie Massimo per le belle parole e per avermi insegnato a crescere.

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