Genitori e figli

Genitori e figli

 

In una relazione d’aiuto alla famiglia in difficoltà, in un counseling familiare, è importante avere dei punti di riferimento su cui basare il lavoro di comprensione delle dinamiche relazionali disturbate e soprattutto le proposte di ristrutturazione della relazione tra i partners  e tra genitori e figli.

 Come essere genitori oggi? E’ la domanda che si sente sempre più spesso da chi si prepara ad avere un figlio. E’ diventato un luogo comune l’affermazione che nessuno ci insegna a fare il padre o la madre. Un tempo questa domanda non aveva molto senso, perché la vita sociale era regolata da norme precise che specificavano rigidamente i ruoli di ciascuno e anche quello dei genitori si muoveva dentro schemi abbastanza rigidi, che tendevano semplicemente a riprodurre la gerarchia dei rapporti sociali ed i valori ad essa funzionali.

Ma oggi non è più così. La crisi dei tradizionali equilibri sociali e culturali, dei valori ad essi collegati e, per dirla con i filosofi postmoderni, dei “grandi racconti sul mondo” – religiosi, filosofici, politici - che hanno orientato la vita delle generazioni dei secoli precedenti, se da un lato ha liberato gli esseri umani da prescrizioni e divieti etero imposti che limitavano  la loro soggettività, dall’altro li ha esposti ad una incertezza esistenziale forse mai conosciuta prima. 

Questo vale per tutti noi, che dobbiamo trovare un senso nuovo del vivere, ma vale in modo particolare per chi vuole essere genitore, perché per lui la ricerca di senso non riguarda soltanto se stesso e la sua responsabilità personale verso la propria vita, ma non può non coinvolgere anche la vita dei propri figli. Anche se oggi la ricerca del senso e del proprio progetto esistenziale è sempre più soggettiva e i genitori non devono sostituirsi ai figli in questa ricerca, è inevitabile che, accingendosi a procreare un figlio, un uomo e una donna responsabili si interroghino ancora di più sul senso del vivere.

Che gli racconto?

Si sente dire spesso da giovani uomini e donne: “che senso ha mettere al mondo dei figli in questo mondo pieno di confusione e cattiveria?” Oppure: “se non so ancora perché e come stare al mondo, come posso trasmetterlo ad un figlio?”

Credo che oggi queste domande, se non sono solo un alibi per non assumersi la responsabilità della propria vita, possano e debbano essere poste in modo nuovo.

Elementi stabili, tendenze evolutive e prospettive per il futuro

Innanzitutto possiamo partire dal comprendere cosa rimane fermo, cosa è cambiato e come possiamo immaginare saranno in futuro il principio paterno e quello materno.

 Cominciamo dal principio paterno.

Innanzitutto è importante sapere che il principio paterno, diversamente dal principio maschile, non è un elemento di natura, ma è il frutto di una scelta evolutiva degli esseri umani.

Il padre biologico, ovviamente, come il maschio, è un elemento naturale.

Ma il principio paterno è il frutto di una scelta culturale evolutiva.

L’origine del padre

L’origine del padre sta “nella cerniera tra natura e cultura”. (Cfr. Luigi Zoja, Il gesto di Ettore)

“A differenza della madre, che da origine al figlio in modo evidente, il maschio, per capire che anche lui partecipava al generare, e quindi per trasformarsi in padre, ha avuto prima bisogno di una certa capacità di ragionamento” …  “Rispetto alla madre, il padre è molto più insicuro della propria condizione” … (Mater sempre certa est, pater nunquam, dice un motto latino).

 La condizione paterna

La condizione paterna è nata per scelta, e non è nata sulla base di un istinto, per cui ogni maschio la deve imparare nel corso della sua vita. Per questo il padre è “patologico e trasgressivo” più spesso della madre rispetto alla responsabilità verso i figli, così come i maschi lo sono più delle femmine rispetto alla fedeltà di coppia.

Quantità e qualità in natura

In natura il maschio ha una funzione “quantitativa”: produce milioni di cellule spermatiche e ha più probabilità di riprodursi e di tramandare il proprio DNA quanto più si accoppia con femmine diverse.

Al contrario la femmina ha una funzione “qualitativa”: se la femmina si lascia andare ad un comportamento simile a quello del maschio deduttivo, abbandonando precocemente il figlio per altri accoppiamenti, la selezione naturale le darà meno discendenti perché i figli avranno meno probabilità di sopravvivere.

“… le madri non possono permettersi di non essere buone madri; i maschi, invece, possono permettersi addirittura di non essere padri”, cioè di abbandonare i figli. (Ibid.)

Accoppiamento e genrazione nelle grandi scimmie

Nelle grandi scimmie, organizzate in “orde” - una specie di tribù su basi di consanguineità - la quasi totalità delle femmine generano discendenti, mentre fra i maschi la generazione ( e l’accoppiamento) si concentra nelle mani ( o nei testicoli) dei più forti. Gli esclusi si organizzano in bande di soli maschi che gravitano nei pressi dei gruppi eterosessuali nell’attesa che un vecchio capo venga detronizzato. Ma il turno di un maschio può anche non venire mai.

La rivoluzione della famiglia monogamica

Mentre l’esistenza delle femmine ha una giustificazione individuale – poiché di regola ognuna di esse fa figli – l’esistenza dei maschi ha senso solo come gruppo, come “serbatoio genetico” per la prossima generazione.

E’ su questa base  etologica, comune anche ai primi ominidi, che, nel Paleolitico, è avvenuta una vera e propria rivoluzione: l’invenzione della famiglia monogamica e del padre.

Due spinte evolutive contrastanti

La contemporanea affermazione di due tendenze evolutive opposte e conflittuali nata dall’affermarsi della stazione eretta nell’ominide ha creato la lunga infanzia dell’uomo. (Cfr. Desmond Morris, La scimmia nuda)

Da un lato, con la libertà delle mani e l’uso degli utensili e della comunicazione verbale per la caccia, il cervello tendeva ad aumentare e con esso la scatola cranica.

Dall’altro, con la stazione eretta, si restringeva  il bacino materno, per cui la testa del figlio rischiava di non riuscire a passare attraverso il canale del parto.

Un parto prematuro

Da qui, dal rischio di una via evolutiva senza sbocco, la natura ha inventato il parto prematuro, facendo nascere il figlio dell’uomo prima del tempo, quando la testa ancora passa nel canale del parto. Ma ciò ha reso necessario un lungo periodo di sviluppo dopo la nascita, caratterizzato da una estrema dipendenza dei figli dalla madre (al contrario di altri mammiferi che sono autonomi molto più presto).

Questa situazione è stata la base di partenza per la nascita dell’amore materno prolungato, ma anche per la nascita della responsabilità paterna e, forse, dell’amore maturo nella coppia, anche al di là dell’infatuazione momentanea dovuta all’attrazione sessuale.

Comunque sia, la nascita della responsabilità paterna è stata il frutto di una scelta fatta da alcuni, che poi si è affermata evolutivamente.

Le prime forme di coppia

“La società animale si trasformò in società umana passando dall’accoppiamento irregolare della scimmia alle prime forme di coppia. La legge della selezione naturale venne così capovolta dalla prima legge civile …”

 “Se c’è la coppia la regola diviene che tutti i maschi generino. In questo senso la nascita della società umana corrisponde ad una rivoluzione introdotta dai maschi: l’inizio di una loro funzione individuale.

La nascita del padre

E se tutti hanno figli, più favoriti dalla selezione naturale sono quelli che più provvedono ai loro figli; che non sono solo maschi ma anche padri.”

“Un giorno i protomaschi si accordarono, non, come aveva detto Freud, per aggredire il patriarca che monopolizzava le femmine ma, al contrario, per smettere di aggredirsi: per spartirsi le femmine secondo una regola.”… (Cfr. Luigi Zoja, Il gesto di Ettore, cit.)

Questa costruzione culturale non fondata su un preciso istinto rende la condizione del padre più insicura e labile di quella della madre. E forse è proprio per questa insicurezza che il padre ha avuto bisogno nella storia di gran parte del mondo di affermarsi con un potere eccessivo e spesso prevaricatore rispetto alla madre e ai figli. Pare che siano stati i Greci ad inventare la superiorità paterna sulla madre rispetto all’autorità sul figlio.

Il frutto di una scelta

Comunque sia è importante ricordare  che il padre è costruzione culturale, artificio. che nasce da una scelta e da una volontà, anche in opposizione all’istinto naturale. Perciò è intenzionalità, volontà, programma.

La paternità è perciò un fatto psicologico e culturale; la generazione fisica, a differenza della maternità, non basta ad affermarla.

“Ma se ogni paternità è una decisione, ogni paternità richiede un’adozione, anche se il figlio è stato legittimamente e materialmente generato da quel padre.” (Il film Il monello di Chaplin rende con evidenza questo concetto di scelta, di adozione, nella paternità)

 

L’epica del padre

Abbiamo detto che il padre come principio spirituale non appartiene allo stato di natura come il padre biologico; il principio paterno è una conquista dell’evoluzione culturale.

L’epica ci racconta artisticamente come questa evoluzione si è compiuta.

Nell’Iliade, in un mondo eroico in cui prevale la forza e la violenza per l’affermazione della conquista e del potere, Achille è il protagonista e il vincitore. Un bambino prepotente e fortissimo, strumento di distruzione e di morte, posseduto dalla madre Teti che lo ha reso invulnerabile in tutto il corpo, tranne che nel famoso tallone.

Ma insieme ad Achille si affaccia sulla scena anche Ettore, l’annuncio di un maschile diverso, che non sfugge ancora al destino dell’eroe perché va allo scontro con Achille pur sapendo di morire, ma che per un breve momento interrompe questo schema per recarsi dalla moglie Andromaca e soprattutto dal figlio Astianatte. Si toglie la corazza per non spaventarlo e lo prende tra le braccia sollevandolo in alto, con un gesto che rimarrà per sempre un segno del padre, augurandogli di vivere a lungo e di diventare migliore di lui.

Nell’Odissea, Telemaco si mette in viaggio alla ricerca del padre, e da questo viaggio emergerà la storia dell’eroe che ha vagato per dieci anni nel Mediterraneo, affrontando tutti i mostri dentro e fuori di lui, per trasformarsi profondamente, maturare come uomo e come padre, e tornare finalmente ad Itaca, uccidere le pretese infantili dei Proci, e insediarsi nel regno come un nuovo marito e un nuovo padre.

Ma è nell’Eneide, la storia del viaggio di Enea che è fuggito da Troia in fiamme portando il padre Anchise sulle spalle e il figlio Ascanio per mano, che il principio paterno trova finalmente piena espressione.

Enea è l’eroe paterno per eccellenza. Egli deve perdere prima la moglie Creùsa  che si attarda nella fuga da Troia; e poi l’amante Didone, che lo vorrebbe trattenere a Cartagine.

E lo fa per perseguire il progetto di fondare Roma, cioè (nel pensiero di Virgilio) una nuova civiltà, più avanzata e matura, dove il potere paterno si affermerà pienamente.

Ma al di là della visione politica di Virgilio, che può essere discutibile, quello che ci interessa davvero è il simbolo del principio paterno che nasce con Enea. Pronto a perdere i legami con il potere femminile materno, a portare sulle sue spalle con il padre le radici e la tradizione migliore ed a portare per mano il figlio come progetto per il futuro.

La paternità non come struttura immutabile ma come costrutto culturale

Si vede bene da questo processo storico e culturale che ha interessato la nascita e l’affermazione del principio paterno e del padre, come la paternità non sia tanto una struttura fissa e immutabile, quanto piuttosto un costrutto culturale, una narrazione, una dinamica in evoluzione, un tracciato di significazione che muta a seconda delle circostanze e degli eventi.

Così, secondo molti studiosi, non appena affermatosi il patriarcato nel mondo della storia con la Grecia e soprattutto con Roma, nel mondo dei simboli e delle rappresentazioni profonde il padre comincia il suo declino.

Il Cristianesimo e la storia del declino del padre

Secondo lo junghiano Luigi Zoja, sono Gesù e il Cristianesimo che “scuotono le colonne del padre”. La parola di Cristo da un lato sostiene il padre incondizionatamente, ma dall’altro si relaziona a Lui direttamente, con intimità, quasi “come quella dei ragazzi che danno del tu ai professori”. … “Gesù da un lato, Maria e la chiesa dall’altro, oscurano la figura di Giuseppe, pallido e quanto mai evanescente. …

“Seguiranno il Rinascimento e la Riforma protestante, il Concilio di Trento, l’Illuminismo, l’affermazione del sistema scolastico e della pedagogia materna. Per la prima volta sarà consentito non solo al padre di scegliere il figlio, ma anche al figlio di non riconoscere il padre. E i figli avranno buone ragioni per dubitare della competenza paterna: con la Rivoluzione industriale il padre si allontanerà da casa per recarsi in città a lavorare e scomparirà per sempre, oltre che dalle mura domestiche, dal loro scenario simbolico e ideale” (Cfr. Davide Comazzi, introduzione a Il gesto di Ettore, di Luigi Zoja). Le due guerre mondiali, con la lunga assenza e le tante scomparse di padri, faranno il resto e compiranno l’opera.

Il padre oggi

Arriviamo così alla società e alla cultura attuali, in cui il padre, nonostante le apparenze, è un personaggio abbastanza trascurato.

“Molto tempo è passato e tante cose sono cambiate da quando Sigmund Freud ha descritto il complesso di Edipo, indicando nel conflitto col padre e nella paura di castrazione l’elemento fondante non solo delle nevrosi ma anche della personalità “normale” e della stessa umana civiltà; ed anche da quando Franz Kafka ha scritto la sua “Lettera al padre”, nel tentativo disperato di liberarsi della paura di lui e di conquistare la propria libertà di vivere.

Oggi, dopo gli anni della contestazione, del femminismo, della cultura libertaria, della caduta delle vecchie regole e del vecchio concetto di autorità, dopo la “morte di Dio” e la crisi delle ideologie, anche il padre è caduto in disgrazia.

E’ accusato apertamente di essere il grande assente della famiglia, mentre il potere della madre riemerge nel bene e nel male con tutta la sua forza; è minacciato nello stesso territorio dove dominava incontrastato, il mondo del lavoro e dei rapporti sociali esterni alla vita familiare; è incerto nella sua stessa identità sessuale, incalzato com’è dalle richieste di diventare il “fallo” della madre.

Eppure questo personaggio “decaduto”, continua a pesare sulla nostra vita anche oggi, con la sua assenza, come un tempo con il suo potere eccessivo.

Continua a pesare per la storia della nostra infanzia e dei rapporti che abbiamo avuto con lui durante la formazione di tanta parte della nostra personalità; e continua soprattutto a pesare perché senza di lui, per ciascuno di noi, è molto difficile liberarsi dallo strapotere materno che ci condanna ad un’eterna infanzia, nella famiglia come nella società, senza una piena assunzione di responsabilità su noi stessi e sulla nostra vita.” (Cfr. Massimo Calanca e Giuliana Montesanto, Alla scoperta del padre).

Per ciò è importante per tutti la scoperta del padre, sia quello reale con i suoi difetti, i suoi limiti e la sua assenza; sia quello ideale, con il quale, più o meno consapevolmente, ci siamo confrontati e ci misuriamo, ribellandoci o identificandoci, quando lo individuiamo in un atteggiamento, in una parola, in un pensiero o in un sentimento delle persone con cui entriamo in rapporto. O in una regola della società, o in una legge della vita.

E’ importante la scoperta del padre, sia come figli che come genitori, per riconoscerlo e ricostruirlo dentro e fuori di noi.

Senza questo passaggio l’uomo e la donna non riusciranno a superare la confusione e la distruttività dell’identità fallica oggi dilagante, che genera nella coppia una lotta senza quartiere per il potere; e l’umanità non uscirà dalla sua infantile avidità per il piacere fine a se stesso, che rischia di distruggere la terra.

“Solo la scoperta di un nuovo ruolo e di una nuova funzione paterna, di una autorità legittima fondata sulla saggezza e sull’amore, può consentire all’umanità di uscire dal cinismo e dalla massificazione crescenti e di trasformare una concezione ed una pratica di vita basate sulla pretesa, sul possesso e sul furto, in una visione della vita intesa come dono,” (Ibid.)

Il libro “Alla scoperta del padre

Le tante lettere, testimonianze e riflessioni che abbiamo pubblicato esattamente 20 anni fa Giuliana Montesanto ed io nel libro “Alla scoperta del padre”, esprimono in parte le difficoltà e i conflitti attuali, in parte la crisi dell’identità maschile e femminile, della coppia e della famiglia; ma soprattutto manifestano la ricerca e i segnali di una nuova progettualità, ed i tentativi che tante persone stanno compiendo di fondare la relazione tra padre, madre e figli non più sulla castrazione e sul possesso reciproco ma sull’amore circolare.

Un nuovo ruolo paterno

Già in quelle lettere emergeva, e ancor più oggi comincia ad affermarsi, una tendenza che vuole uscire dalle categorie conosciute di “troppo padre” o “poco padre”, per un nuovo ruolo paterno che non sia né troppo né poco, ma giusto e consapevole.

Questi padri giovani e “nuovi” di oggi non hanno un modello, sono lontani dai padri delle generazioni precedenti, in particolare quelli autoritari, assenti, freddi (anche se alcuni cercano di recuperare qualche tratto del modello paterno che hanno conosciuto, cioè di recuperare alcune delle loro radici); ma a volte emerge una certa confusione perché, non sapendo che fare, alcuni si limitano a ad imitare la moglie e il ruolo della madre, per cui a volte avviene una specie di scambio dei ruoli.

Comunque, in questa situazione di movimento, ci sono alcuni uomini  che scoprono momento per momento, in un processo fatto anche di tentativi ed errori, cosa significa essere padri oggi, si inventano nuovi modi per quegli aspetti in cui i loro padri sono stati carenti senza fare “i mammi”, cioè senza limitarsi a copiare la donna e senza rinunciare ad affermare con i figli le regole della vita e della convivenza e i valori di riferimento. Provano insomma ad essere né “troppo” né “poco” padri, ma padri coscienti e “giusti”, che seguono i propri figli con attenzione e con amore, ma anche con la fermezza necessaria a dare loro le frustrazioni della onnipotenza infantile necessarie per la loro crescita.

Nuove tendenze legislative

In questo processo di scoperta del padre un ruolo importante l’hanno avuto anche delle modifiche legislative che hanno riconosciuto al padre il potere di assumersi la responsabilità rispetto a momenti importanti della vita della coppia e della famiglia.

La legge sull’aborto non è cambiata, lasciando alla madre l’ultima parola nella decisione; ma il dibattito che c’è stato ha creato una consapevolezza nuova sul ruolo che anche il padre deve avere in una decisione così importante. Forse qui non si tratta di cambiare una legge, per non rischiare di rompere un equilibrio così delicato conquistato a fatica dalla nostra società civile; ma si tratta di far crescere una cultura delle condivisione e della responsabilità comune dei coniugi rispetto ad un passaggio che può essere decisivo per la vita futura della famiglia.

L’affidamento congiunto

Invece, sul piano dell’affidamento in caso di separazione e di divorzio, dopo un lungo dibattito ed una battaglia culturale portata avanti dalle associazioni dei padri separati, si è arrivati al cambiamento della legge sull’affido e al riconoscimento della possibilità dell’affido congiunto.

Insomma, di fronte ai guasti che ha provocato l’eclissi del padre negli ultimi decenni, si va delineando una reazione positiva, in atto soprattutto tra i giovani, “un sentire condiviso” – ha scritto Claudio Risé – “che si traduce in usi e costumi nuovi, atti a dare spazio e considerazione a un padre consapevole e responsabile”. (Claudio Risé, Il padre, l’assente inaccettabile).

Responsabilità vs senso di colpa

Ma è importante distinguere la responsabilità dal dovere del Super-Io e dal senso di colpa. E’ questo che abbiamo sottolineato, insieme a Giuliana Montesanto, Sandro Papi e Luciana Margani in un incontro sul ruolo paterno tenuto a Tragliata (RM): “La responsabilità autentica non può certo nascere dal senso di colpa. Essa è figlia della libera scelta di un bene di ordine superiore rispetto al principio del piacere. La gioia di evolvere in sintonia con le Leggi della vita, e perciò con il nostro progetto esistenziale più profondo è il premio che facciamo a noi stessi”.

Il Super-Io ed il Sé

Questo vuol dire che il principio paterno, più che con il Super-Io, ha a che fare con il Sé.

Certo, il principio paterno è anche “regole”, cioè, in termini psicanalitici, “Super-Io” Ma un super-io creativo, che non si limita a far rispettare regole fisse e immutabili, ma che sa interpretare e creare le nuove regole adatte all’esistenza contemporanea, in sintonia con le Leggi della vita e con le indicazioni del Sé, personale, corale e cosmico.

Senza il principio paterno è impossibile che si affermino regole di convivenza e di vita sana, cioè regole di relazione equilibrata e giusta con gli altri e con la natura che ci circonda.

Perché le regole che riguardano la socialità sono tipiche del principio paterno, così come il privilegio dell’interno della famiglia rispetto all’esterno è tipico del principio materno.

Il principio paterno non è solo del padre

Ma a questo punto è importante ricordare e sottolineare che il principio paterno e quello materno non sono esclusivi uno del padre e l’altro della madre, ma sono di entrambi, allo stesso modo che il principio maschile e quello femminile sono sia dell’uomo che della donna.

Anche se credo che , come accade per il principio maschile e femminile, sia importante che nel maschio (cioè nel padre) sia più sviluppato il principio paterno rispetto a quello materno, e viceversa  accada nella femmina (cioè nella madre).

Elementi del principio maschile particolarmente importanti nel principio paterno.

In questo blog, nel capitolo dedicato al maschile, al femminile e alla coppia, ho descritto le caratteristiche del principio maschile, che qui mi limito qui ad elencare:

  1. Capacità e attività penetrativa.
  2. Capacità riflessiva e capacità di sviluppare il pensiero e la ragione in maniera sintetica e induttiva-deduttiva.
  3. Capacità e progettualità di fecondare tutto quello che femminile.
  4. Capacità esplorativa del mondo esterno.
  5. Capacità di ricercare e rispettare le leggi ancorate alla vita dell’Universo.
  6. Capacità di arginare ed ordinare il caos e di guidarlo verso una progettualità.
  7. Capacità di sentire e di agire con forza, potenza e impetuosità.
  8. Capacità creativa-inventiva.

Tutti questi elementi del principio maschile sono in qualche modo contenuti nel principio paterno, anche se trasformati ed evoluti. Ad esempio, la capacità e attività penetrativa, piuttosto che esprimersi solo o principalmente sul piano sessuale, devono trasformarsi  e indirizzarsi sempre più verso gli aspetti culturali, sociali e spirituali dell’esistenza, verso la trasformazione della realtà in direzione dei valori della giustizia e della libertà. E una trasformazione ed evoluzine simili  devono avvenire per gli altri elementi.

Ma ci sono alcuni di questi elementi del principio maschile che sono particolarmente importanti da sviluppare nel principio paterno. Ed in particolare:

  1. La capacità esplorativa del mondo esterno.
  2. La capacità di ricercare e rispettare le leggi ancorate alla vita dell’Universo.
  3. La capacità di arginare ed ordinare il caos e di guidarlo verso una progettualità.

 La capacità esplorativa del mondo esterno

E’ importante che il padre (e la madre) insegnino al figlio a non rinchiudersi nella tranquillità degli affetti familiari, o del gruppo dei coetanei, o nella nostalgia dell’incanto del Giardino dell’Eden del  mondo infantile. E’ importante che gli insegnino a separarsi dal mondo infantile, affrontando e trasformando il trauma della perdita e i colpi della realtà.

Ed è importante che gli insegnino a coltivare la curiosità della conoscenza del mondo esterno, dell’altro da sé, della realtà che ci circonda, delle culture e dei modi di vivere con cui veniamo in contatto sempre di più nel mondo globalizzato, delle esigenze del tu. E a prendersi la responsabilità di migliorare il mondo e la realtà.

La capacità di ricercare e rispettare le leggi ancorate alla vita dell’Universo

Così come è fondamentale che il principio paterno del padre e della madre coltivi e trasmetta la capacità di ascoltare e seguire, anche se dialetticamente e nella libertà, le leggi della vita.

Le leggi della vita non sono come quelle della natura, che sono materialmente deterministiche anche se possono essere utilizzate creativamente per aumentare la libertà umana (si pensi all’invenzione del volo umano).

Le leggi della vita sono tendenze molto più generali e di carattere “spirituale”, che cambiano forma in ogni epoca storica e nel corso dell’evoluzione, ma non cambiano la sostanza.

Una legge fondamentale della vita è, secondo me, la tendenza all’aumento della complessità. Nel testo inizial di questo mio blog ho scritto:

“Penso che ci sia una direzione evolutiva dell'universo, della vita e dell'uomo. Una direzione verso l'aumento della complessità. Per quante distruzioni ed aumenti dell'entropia (cioè del disordine) incontriamo nella realtà e nella vita e conosciamo nell'universo grazie alla scienza, non c'è dubbio che nelle stelle, nelle galassie e sulla terra la legge dell'entropia in parte si capovolge, entrano in azione forze e leggi che invertono la direzione della sua freccia: mentre il disordine aumenta in altre zone e territori, alcune parti della realtà viaggiano verso l'aumento dell'ordine e della complessità...

 Evolversi, crescere, maturare

…Noi esseri umani siamo parte di questo processo. Il nostro corpo ed il nostro cervello sono quanto di più complesso e ordinato esista nel cosmo, e ancora di più lo sono i prodotti della cultura e dell'arte.”

Perciò seguire una legge fondamentale della vita è sviluppare la tendenza ad evolverci, a crescere, a maturare psicologicamente, culturalmente ed esistenzialmente, E il padre deve insegnare a farlo ai propri figli.

Arginare ed ordinare il caos e di guidarlo verso una progettualità

Altrettanto importante è imparare ad “arginare” il Caos” e a “guidarlo verso una progettualità”.

Anche la dialettica tra Caos (disordine) e Cosmos (ordine) è una legge della vita, nel senso che l’evoluzione, sia biologica che culturale, procede per continue crisi del vecchio ordine, momenti di disordine e scoperta di un nuovo ordine più ampio ed evoluto. Per evolverci dobbiamo entrare in crisi, attraversare il caos e poi trovare un nuovo equilibrio.“Solo chi ha un Caos dentro di sé può diventare una stella danzante” (F. Nietzsche)

Dal Caos al Cosmos

Per il principio paterno è importante trasmettere ai figli il coraggio di mettere in discussione l’ordine acquisito, entrare nel Caos della crisi per esplorare nuove possibilità esistenziali; ma anche la capacità di mettere argini al Caos, indirizzarlo verso una progettualità (che è, in generale, quella della crescita e della maturazione e, in particolare, qualcosa di nuovo che si sceglie di volta in volta) e quindi verso un nuovo ordine (Cosmos).

Il Counseling e la psicoterapia della famiglia

Per il counseling della famiglia in difficoltà è importante un lavoro approfondito sulle caratteristiche del principio paterno, perché la confusione culturale che c’è sul tema è un elemento di aggravamento del disagio e dei conflitti, tra i partner e con i figli. Il lavoro deve tendere anche a far riscoprire ai due partner gli aspetti positivi dei loro rispettivi padri, anche se hanno avuto con loro una storia difficile.

Ricostruire una figura paterna positiva dentro di sé aiuta le persone a maturare e ad affermare il proprio principio paterno.

Un nuovo tipo di vissuto edipico

L’affermazione di un tipo di padre più amorevole e responsabile aiuta anche ad affrontare in modo nuovo il conflitto edipico.

La psicoanalisi ha considerato il complesso edipico l’elemento fondamentale nello sviluppo dell’individuo e nella formazione della sua personalità.

Come è noto il complesso deriva il suo nome dal mitico Edipo della tragedia di Sofocle, che uccise il padre e sposò la madre (anche senza saperlo) e alla fine si accecò per il senso di colpa.

La visione  di Freud del complesso edipico

Edipo da infante era stato fatto abbandonato su un monte, nel tentativo di farlo morire per ordine del padre Laio, il quale aveva paura che, una volta cresciuto, il figlio lo avrebbe detronizzato.

Freud ipotizzò che in ogni famiglia umana ci fosse un complesso che aveva origine dalle stesse passioni della tragedia, cioè la volontà omicida reciproca del figlio e del padre per il desiderio del figlio di possedere la madre e la paura del padre di perderla.

In termini specularmente opposti, altrettanto varrebbe per la figlia e per il suo desiderio di possesso del padre che entra in conflitto con la madre.

Il complesso di Edipo è una struttura psichica che si forma tra i 3 e i 5 anni, in cui si organizzano i sentimenti amorosi e ostili del bambino verso i genitori.

E in particolare: i sentimenti amorosi e i desideri sessuali verso il genitore del sesso opposto e i sentimenti ostili e di rivalità verso il genitore dello stesso sesso. Con la paura del bambino di essere da quest’ultimo gravemente punito (castrato).

Secondo Freud e la psicoanalisi il superamento di questo complesso può avvenire solo attraverso la rinuncia del figlio e della figlia, i quali dovranno rivolgere il loro interesse sessuale altrove.

Altri psicoanalisti successivi, e in particolare Melania Klein, anticiparono ai primi mesi di vita, e addirittura nella vita intrauterina, la formazione dei primi prodoromi del complesso edipico; ma nella sostanza esso rimase analogo a quello descritto da Freud.

La visione della psicologia umanistica e della sophianalisi

La psicologia umanistica contemporanea ha visto le cose in modo molto meno tragico, pur accettando l’esistenza del vissuto edipico.

In particolare, la sophia-analisi di Antonio Mercurio ha ritenuto che il conflitto edipico potesse essere radicalmente superato e trasformato da una relazione di “amore circolare” tra padre, madre e figlio/figlia.

Questo modo di superare l’Edipo rende lo sviluppo del bambino non più basato sulla rinuncia e la castrazione, ma sulla fiducia e l’amore.

L’amore circolare che può nascere se il padre, in alleanza con la madre,fa il dono al figlio di poterne godere il possesso, anche sensualmente (nel senso del piacere del corpo: abbracci, carezze, ecc., ma non genitalmente, dato che il figlio non è maturo a questo livello e ne resterebbe sconvolto).

Un dono che il padre deve esprimere facendo sentire però che lui non si fa “fare fuori”, ma è presente sullo sfondo e, quando il possesso del figlio sulla madre sarà sufficientemente compiuto, richiederà al figlio la restituzione del dono, aiutandolo ad indirizzare il suo interesse sessuale al di là della madre e fuori della famiglia.

Altrettanto, specularmente, vale per la figlia e il padre, con il dono da parte della madre.

Questa visione del vissuto edipico può essere molto importante per aiutare la famiglia a rapportarsi in modo positivo con i figli, superando le paure ed i fantasmi che sono legati alla sessualità infantile.

Inoltre, questa visione può aiutare a comprendere le ragioni di alcune “divergenze” nella coppia.

Cioè alcuni “tradimenti” della fedeltà coniugale possono essere motivati, anziché da una volontà di abbandonare veramente l’altro e il progetto di coppia, da un bisogno psichico irrisolto nell’infanzia di possesso edipico di una figura paterna o materna.

Capire questo, anche se non toglie il dolore né rende facili le cose, può però aiutare a superare vissuti che spesso sono dirompenti e distruttivi.

Ma veniamo al principio materno

Per parlare di questo principio voglio cominciare proprio dagli elementi del principio femminile, come ho fatto poco fa per quello maschile, per vedere cosa è importante conservare e sviluppare dentro il principio materno.

Per orientarci è importante ritornare su quello che ho detto all’inizio: il principio materno, rispetto a quello paterno, è un’evoluzione più diretta di una realtà naturale.

Infatti, “A differenza della madre, che da origine al figlio in modo evidente, il maschio, per capire che anche lui partecipava al generare, e quindi per trasformarsi in padre, ha avuto prima bisogno di una certa capacità di ragionamento” …  (Cfr. Luigi Zoja, Il gesto di Ettore, cit.)

Ciò vuol dire che la madre, per aver tenuto dentro di sé il figlio dal concepimento alla nascita, e per averlo naturalmente ed istintivamente nutrito ed accudito per lunghi mesi ed anni, può sviluppare “il principio materno” come diretta continuazione di un istinto fornitole dalla natura.

Non significa che fare la madre sia più semplice, perché anche in questo caso si tratta di una conquista e di una scelta, visto che l’essere umano ha una certa libertà anche rispetto ai suoi istinti naturali. Significa soltanto che questa scelta e questa conquista sono più direttamente la continuazione e lo sviluppo di tendenze naturali.

 Elementi del principio femminile particolarmente importanti nel principio materno

  1. Capacità e attività ricettiva.
  2. Capacità di sentire e di agire con dolcezza, grazia e tenerezza.
  3. Capacità di dare continuità, stabilità e sviluppo ai progetti del principio maschile.
  4. Capacità esplorativa del mondo interno.
  5. Capacità di armonizzare gli opposti.
  6. Capacità di sintonizzarsi sulle leggi della natura e del microcosmo.

La capacità e attività ricettiva

La “capacità e attività ricettiva” del femminile dovranno evolversi, nel principio materno, nella capacità di accoglienza e di accettazione incondizionata “senza se e senza ma” del figlio. E’ un’esperienza fondamentale per tutti gli esseri umani quella di sentirsi accolti ed accettati incondizionatamente, per quello che sono in realtà e non per quello che i genitori vorrebbero che fossero.

La maggior parte dei disagi esistenziali derivano dal fatto di non aver vissuto bene e fino in fondo questa esperienza. (Ad esempio: i figli non desiderati, o quelli desiderati di un sesso diverso dal loro). [Cfr. Peter Shellembaum, La ferita dei non amati. Secondo questo psicoanalista junghiano la ferita del non amato è la ferita dell'essere uomo. La ferita dei non amati è la causa di una carenza di "fiducia di base" (Erik Erikson)]

La capacità di sentire e di agire con dolcezza, grazia e tenerezza

La “capacità di sentire e di agire con dolcezza, grazia e tenerezza” del principio femminile integra positivamente proprio la capacità di accoglienza e di amore incondizionato del principio materno.

E se la progettualità è una caratteristica del principio maschile che si esprime con particolare forza nel principio paterno, quella di “dare continuità, stabilità e sviluppo ai progetti del principio maschile” è specularmente una qualità del principio femminile che deve ampliarsi e svilupparsi nel principio materno.

La capacità esplorativa del mondo interno

Altrettanto vale per la “capacità esplorativa del mondo interno”, che è un complemento fondamentale della tendenza del principio paterno a spingere verso l’esplorazione e la conquista del mondo esterno e della realtà. Senza questo complemento, la persona tenderebbe a perdere il proprio centro e la vita dell’essere umano rischierebbe di disperdersi in una corsa continua ad inseguire i mutamenti della realtà esterna.

E poiché queste e molte altre componenti del femminile e del maschile sono degli “opposti”, per evitare che si instauri un conflitto distruttivo tra di loro e la differenza si traduca in una dialettica costruttiva, è fondamentale che nel principio materno si sviluppi la capacità femminile di “armonizzare gli opposti” e che questa si trasmetta ai figli.

La capacità di sintonizzarsi sulle leggi della natura e del microcosmo

E infine, poiché la spinta del maschile verso l’intervento nella realtà esterna, per manipolarla e trasformarla sulla base dei progetti dell’essere umano, può diventare da sola una “Ybris” distruttiva della natura e dell’ambiente nel tentativo di assoggettarli ai bisogni e ai desideri umani e ai “sogni cosmici dell’uomo”, è fondamentale che il principio materno sviluppi e promuova  nella coppia, nella famiglia, nei figli e nella società“la capacità di sintonizzarsi sulle leggi della natura e del microcosmo” che è propria del principio femminile.

Il principio materno non è solo della madre e della donna

Anche per il principio materno è fondamentale ricordare che esso non è “monopolio” della madre e della donna, ma può e deve essere presente anche nel padre e nell’uomo, benché usualmente in misura minore rispetto al principio paterno e alle sue qualità maschili.

 Il Counseling e la psicoterapia della famiglia

Le cose che ho affermato sopra sono punti di riferimento importanti per il mio lavoro di counselor e di psicoterapeuta con  le persone che cercano un orientamento per il loro modo di essere madri (e padri) oggi. A queste indicazioni è per me importante aggiungere altri elementi e qualità essenziali della madre individuati dalla psicoanalisi e dalla psicologia cognitiva, in particolare riguardo all’accudimento dei figli. Lo farò introducendo alcuni concetti di  Donald Woods Winnicott, un pediatra e psicoanalista inglese che si è occupato moltissimo di psicoterapia infantile e del rapporto tra madre e figli, e di John Bowlby, uno psicologo e psicoanalista britannico che ha elaborato la teoria dell’attaccamento.

La madre sufficientemente buona: una madre imperfetta, ma sana e affettivamente presente

Donald Winnicott, pediatra e psicoanalista inglese, ha avuto il merito di liberare la figura materna dall’angoscia di dover essere perfetta per non cagionare irreversibili traumi ai figli. Egli è riuscito a smitizzare la figura della madre dispensatrice di cura e amore senza sviste, lacune, imprecisioni, per farne emergere una alternativa di madre imperfetta, ma sana e affettivamente presente.

La madre “sufficientemente buona” è per Winnicott una donna spontanea, autentica e vera che, con (e non nonostante) ansie e preoccupazioni, stanchezza, scoramenti e sensi di colpa, emerge come figura in grado di trasmettere sicurezza e amore. Pur avendo “molte buone ragioni per detestare il figlio”, come diceva Winnicott, è una madre in grado di rispondere adeguatamente ai suoi bisogni.

La “madre sufficientemente buona”, con tutti i suoi limiti, declina la sua esistenza alla soddisfazione dei desideri e dei bisogni del bambino. Le sue cure e le sue risposte ai bisogni creano nel bambino un senso di onnipotenza soggettiva, caratterizzata dall’impressione che siano i suoi desideri a far accadere la realtà. Il primissimo formarsi della vita immaginativa e dell’esperienza culturale avviene perciò attraverso la madre, che deve “contenere”, “manipolare” e “presentare l’oggetto”, ma anche accudire il bambino dosando opportunamente il livello sia della soddisfazione che della frustrazione che gli infligge.

Lo Holding.

Lo holding è uno spazio fisico e psichico (uno holding environment) tra il bambino e la madre nel quale si manifesta la capacità di contenimento della madre sufficientemente buona, la quale sa istintivamente quando intervenire dando amore al bambino e quando invece mettersi da parte nel momento in cui il bambino non ha bisogno di lei.

All'interno dello holding il bambino può sperimentare l'onnipotenza soggettiva, ovvero la sensazione di essere lui, con i suoi desideri, a creare ogni cosa della realtà.

La prima poppata:

Per Winnicot il primo atto del neonato, trovare il capezzolo della madre, è di fondamentale importanza.

Nella prima poppata la madre deve permettere al neonato di trovare il capezzolo rendendo questa prima esperienza un dono giocoso. E soprattutto deve dare al neonato l’impressione di creare lui stesso il capezzolo e, nel farlo, di “creare il mondo”.

Se la madre non permette al bambino di scoprire giocosamente e creare magicamente il capezzolo, ma conduce invece la bocca del bambino al proprio seno, al bambino mancherà l’esperienza fondamentale “di avere un potere creativo magico ….  tramite la magia del desiderio”; e gli mancherà l’opportunità di costruire ricordi sensoriali che gli permettano di percepirsi come individuo separato e distinto che agisce su e con altri individui distinti e separati. “Fin dal primo vagito la relazione crea l’individuo

Il falso sé:

La madre non sufficientemente buona, interrompe bruscamente l'onnipotenza soggettiva del bambino, tarpandone le ali e impedendo la crescita del vero sé: è in questo modo che si forma il falso Sé, un Sé privo di energia soggettiva, fatto di accondiscendenze, non creativo, senza spinta. Lo riconosciamo, in psicoterapia e nel counseling, quando il paziente avverte un pesante senso di inutilità soggettiva, di non esistenza.

Il vero sé:

Il Vero Sé è quello nato dal normale superamento dell'onnipotenza soggettiva,la quale rimane come base del vero nucleo della personalità, la fonte di energia dalla quale si sviluppano gli aspetti periferici della personalità.

Gli oggetti transizionali

Per Winnicot un ruolo importante per l’uscita dall’onnipotenza infantile e l’ingresso nella realtà oggettiva, hanno gli “oggetti transizionali”, specie se “presentati dalla madre”; sono oggetti familiari e inanimati che i bambini utilizzano come sostituti materni per eliminare l’ansia in momenti di stress (la coperta di Linus).

Lo spazio transizionale

E’ attraverso l’uso di questi oggetti come sostituti materni che il bambino si stacca dalla madre e si apre all’interesse per l’ambiente.

Winnicott assimila le esperienze culturali umane alle esperienze transizionali.

Lo spazio transizionale non consiste solo in una fase evolutiva dello sviluppo umano, ma è anche e soprattutto lo spazio potenziale tra individuo e ambiente, in cui si modella, in "tutte le età successive dell'uomo" ogni forma di processo mentale creativo.

Scrive Winnicott “sarebbe d’aiuto chiarire alle madri che può capitare di non provare immediatamente amore per i propri figli o di non sentirsela di allattarli; oppure spiegare loro che amare è una faccenda complicata e non un semplice istinto”. Risulta quindi fondamentale fornire alle madri strumenti efficaci per poter accettare ciò che sono e ciò che fanno in quanto frutto del loro esserci in quel momento. Ciò significa rassicurare e aiutare a formulare pensieri positivi e costruttivi su possibili scenari di miglioramento.
“Mi miglioro se penso di essere in grado di farlo e se sono sicura di aver agito per amore e che qualsiasi ‘errore’ possa aver commesso non è altro che un pezzo, un frammento, una parte di un percorso in costruzione”.

 John Bolwby e la teoria dell’attaccamento

Il comportamento di attaccamento è quella forma di comportamento che si manifesta in una persona che consegue o mantiene una prossimità nei confronti di un’altra persona, chiaramente identificata, ritenuta in grado di affrontare il mondo in modo adeguato.

Bolwby ha riformulato radicalmente la teoria psicoanalitica, unificandola con la psicologia cognitiva, nel corso di una lunga carriera di ricercatore, docente e consulente.

 B. si è occupato più della realtà del rapporto che della relazione fantasmatica, analizzando gli effetti che diversi modelli di allevamento possono avere sull’attaccamento madre-bambino.

Le modalità diverse di attaccamento sono per lui destinate ad avere conseguenze precise sul comportamento dell’adulto.

B. ha individuato il bisogno di attaccamento come un bisogno fondamentale dell’individuo, come il bisogno di cibo e la pulsione sessuale, dal cui soddisfacimento deriva lo sviluppo psichchico del bambino e la personalità adulta.

Il bisogno di attaccamento è collegato strettamente ai bisogni di base di fiducia, sicurezza e amore che devono essere soddisfatti sufficientemente dalla madre o da un’altra figura di accudimento.

La teoria dell’attaccamento di B. fa a meno dei concetti di pulsione e di energia e si rifà agli studi di Lorenz sull’imprinting, che avevano rilevato i legami sviluppati dai cuccioli di animali (anatre, mammiferi, ecc.) con la figura materna, indipendentemente dal cibo e semplicemente con la sua presenza.

Anche gli studi di Harlow sui piccoli di scimmie evidenziavano la preferenza per un fantoccio che non li nutriva purché morbido e comodo per aggrapparsi.

Per comportamento di attaccamento B. intende qualsiasi forma di comportamento che porta una persona al raggiungimento e al mantenimento della vicinanza con un altro individuo differenziato e preferito, considerato in genere come più forte e/o più esperto.

Questo comportamento “caratterizza l’essere umano dalla culla alla tomba”. E’ particolarmente evidente nella prima infanzia, ma riemerge da adulti quando una persona è profondamente turbata, quando è malata o impaurita”.

  • Le sue caratteristiche sono:
  •  1) Specificità: “il comportamento di a. è diretto verso uno o pochi individui specifici, di solito in un preciso ordine di preferenza”.
  • 2) Durata: “persiste in genere per gran parte del ciclo vitale. I primi attaccamenti non vengono abbandonati facilmente ed in genere persistono.”
  • 3) Ruolo delle emozioni: “molte delle emozioni più intense sorgono durante la formazione, il mantenimento, la distruzione e il rinnovarsi di relazioni di attaccamento”.

“La formazione di un legame è descritta come innamoramento. Il mantenimento come l’amare qualcuno,. E la perdita di un partner come il soffrire per qualcuno”.

Una minaccia di perdita genera angoscia e una perdita effettiva sofferenza; l’una e l’altra possono provocare collera.

Il perdurare del legame è sentito come fonte di sicurezza e il rinnovarsi del legame come motivo di gioia.

4) Ontogenesi: si sviluppa durante i primi 9 mesi di vita e resta facilmente attivabile fino alla fine del 3° anno.

5) Apprendimento: le ricompense e le punizioni vi svolgono solo una piccola parte. Può svilupparsi anche malgrado ripetute punizioni.

6)Organizzazione: dopo il 1° anno, le condizioni che lo attivano sono l’estraneità, la fame, la fatica e la paura.

Mentre quelle che lo disattivano sono la vista o il rumore di una figura materna e una serena interazione con essa.

Se la figura materna è presente o si conoscono i suoi spostamenti, ed in genere è disponibile ai richiami, il bambino cessa di manifestare il comportamento di attaccamento ed esplora invece l’ambiente.

7) Funzione biologica: il comportamento di attaccamento riguarda quasi tutti i mammiferi e in alcune specie dura tutta la vita.

                Ha un valore di sopravvivenza, probabilmente per la protezione dai predatori.

  • L’attaccamento differisce dalla dipendenza.
  • Parlare di una persona dipendente tende ad avere significato dispregiativo; descrivere una persona come attaccata a qualcuno può essere un’espressione di approvazione.
  • La madre positiva è quella che garantisce al figlio una base sicura da cui partire per esplorare e a cui poter tornare.
  • Un attaccamento disturbato tende a creare nuovi genitori disturbati. “Ognuno di noi tende a fare agli altri ciò che è stato fatto a lui”.
  • La variabile principale è la misura in cui i genitori di un bambino:

–      gli forniscono una base sicura;

–      lo incoraggiano ad esplorare a partire da questa base.

  • Le cure parentali deficitarie che creano un attaccamento disturbato sono di vario tipo:

–      uno o entrambi i genitori sono persistentemente insensibili alle richieste di cure del bambino, e lo disprezzano e lo rifiutano;

–      una discontinuità di cure da parte dei genitori (compresi periodi di permanenza in ospedali, istituti, collegi, ecc.)

–      persistenti minacce di non amare il bambino usate come mezzi di controllo;

–      minacce dei genitori di abbandonare la famiglia (sia contro il figlio che contro il coniuge);

–      minacce di un genitore di abbandonare l’altro, o di ucciderlo, o di suicidarsi;

–      indurre il figlio a sentirsi in colpa dichiarando che il suo comportamento è causa di malattie o morte dei genitori.

  • Ognuna di queste esperienze può condurre il bambino (ma anche l’adolescente e l’adulto) a vivere in costante angoscia e a non manifestare il suo comportamento di attaccamento (conservando un bisogno estremo di attaccamento mai colmato).
  • Ciò produce una modalità di attaccamento ansioso, con comportamenti di iperdipendenza, di paura della separazione e di difficoltà di esplorare l’ambiente.
  • A volte la madre chiede al figlio di agire come figura di attaccamento per lei stessa, invertendo la relazione.
  • C’è un prematuro senso di responsabilità indotto nel bambino, che tende a diventare ipercoscienzioso e oppresso dai sensi di colpa.
  • Questo può provocare fobia sociale (per la scuola ma anche per altro) o agorafobia. 
  • A volte, come reazione alle stesse condizioni che generano attaccamento ansioso, si sviluppa una compulsava fiducia in se stessi, una tendenza a mostrare fermezza del carattere e a fare ogni cosa da soli senza chiedere aiuto

Gli schemi di adattamento

  • Tre modelli principali:
  • 1) Attaccamento sicuro: il bambino ha fiducia nella disponibilità, comprensione e aiuto che il genitore (o la figura parentale) gli darà in caso di situazioni avverse o terrorizzanti e di sente tranquillo di esplorare.
  • 2) Attaccamento ansioso (o di resistenza angosciosa): il bambino non ha la certezza che il genitore sia disponibile, è sempre incline all’angoscia di separazione, tende ad aggrapparsi, e l’esplorazione del mondo gli crea ansietà.
  • 3) Attaccamento angoscioso (o evitante): il bambino si aspetta di essere rifiutato se ha bisogno e cerca di diventare autosufficiente sul piano emotivo. (con altri linguaggi: narcisista o “falso sé)
  • Gli schemi di attaccamento tendono a persistere (nella sostanza e nella struttura, anche se in forme diverse) nell’età adulta.
  • Ciò deriva dal fatto che si è interiorizzato un “modello operante” dei genitori e di sé.
  • Questo fatto e la tendenza a riproporre con i propri figli lo schema di attaccamento del genitore rende così importante l’attenzione della madre a creare nel figlio uno schema di attaccamento sicuro.
  • E rende importante saper lavorare sui problemi degli schemi di attaccamento delle persone come counselor, soprattutto quando lavoriamo con le coppie.
  • “Lo schema di interazione dalla madre di un bambino sicuro fornisce un modello eccellente per lo schema di intervento terapeutico.”
  • Alcuni principi e indicazioni per il counseling.
  • Per quanto riguarda l’esplorazione del problema del cliente, può essere utile:
  • considerare gli schemi di adattamento usuali, tenendo conto di ciò che dice rispetto ai suoi rapporti (di coppia, amicizia, ecc.) e come si pone di fronte ai terapeuti come persone che possono aiutarlo.
  • esplorare gli eventi essenziali della sua vita, prima di adulto e poi, più tardi, di bambino: in particolare allontanamenti, malattie gravi, decessi, e anche nuovi arrivi;
  • ricostruire da questi indizi gli schemi di interazione presenti nella sua famiglia attuale (sia di origine che nuova);
  • Per quanto riguarda l’intervento di counseling vero e proprio:
  • fornire al cliente una base sicura da cui partire per esplorare se stesso e le sue relazioni:
  • condividere con il cliente le sue esplorazioni, supportandolo nelle sue paure e sofferenze;
  • attirare la sua attenzione sui modi in cui, forse involontariamente, tende ad interpretare i sentimenti e il comportamento del counselor;
  • aiutarlo a considerare come le situazioni in cui si pone tipicamente possono essere comprese in termini di esperienze di vita reale vissute con le figure di attaccamento nell’infanzia.
  • E’ importante l’autenticità del counselor, che non dovrà fingersi diverso se è ansioso o irritato; ciò in generale, ma specialmente per quei clienti i cui genitori simulavano affetto per coprire il senso di colpa per un rifiuto.
  • Si deve creare una relazione umana sicura, comprensiva, ma autentica.

 

Bibliografia

Massimo Calanca e Giuliana Montesanto, Alla scoperta del padre, ed. Costellazione di Arianna, Roma, 1992

Claudio Risé, Il padre, l’assente inaccettabile, Edizioni San paolo, Cinisello Balsamo, Milano, 2003

Luigi Zoja, Il gesto di Ettore. Il ruolo paterno, un viaggio nella storia, RCS libri, Milano, 2012

John Bolwby, Costruzione e rottura dei legami affettivi, Raffaello Cortina editore, Milano, 1982

D. Winnicott, Sviluppo affettivo e ambiente: studi sulla teoria dello sviluppo affettivo, trad. Alda Bencini Bariatti, Roma: Armando, 1974

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Commenti più recenti

04.05 | 12:29

Mi fa molto piacere il suo commento. Massimo Calanca

...
04.05 | 12:05

parole chiare che mi orientano

...
31.05 | 11:43

Grazie Massimo e Giuliana, avete creato una delle più grandi scuole di formazione, di vita, di gioia che e di trasformazione della persona che esiste.

...
30.05 | 23:51

Grazie Massimo per le belle parole e per avermi insegnato a crescere.

...
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