Il disagio della civiltà

Il disagio della civiltà. Problemi e nuove opportunità

Il disagio della civiltà

Freud ha indicato nel disagio della civiltà una caratteristica di fondo della condizione umana. Un disagio che deriverebbe dal conflitto ineliminabile tra la pulsione al libero manifestarsi degli impulsi dell’Es e le controspinte dell’Io dovute al principio di realtà e, ancor più, del Super Io, dovute alle regole e ai divieti della società e della cultura. (Cfr. S. Freud, Il disagio della civiltà).

Questa contraddizione ineliminabile teorizzata dal padre della psicoanalisi, ha fatto nascere la barzelletta secondo la quale un cane-lupo, dopo che il trattamento psicoanalitico gli ha insegnato a ritrovare la sua natura reale di lupo,liberandosi dai condizionamenti dell’educazione personale e della propria specie che l’hanno costretto a diventare un cane, deve di nuovo imparare a comportarsi da cane-lupo perché non può fare a meno di vivere in società.

A questa contraddizione un freudiano ortodosso (o meglio, dei primi decenni del Novecento) risponderebbe che “il prima ed il dopo la cura” sono uguali solo in apparenza, perché è molto diverso subire un condizionamento inconscio dall’accettare coscientemente di limitare i propri impulsi, magari sublimandoli in qualche attività più evoluta.

Ma questa risposta, pur in parte vera, secondo me non è pienamente soddisfacente.

Infatti, essa presuppone una concezione secondo la quale la psiche (o l’anima) individuale “precede” quella sociale, alla quale deve adattarsi. Mentre invece, come ho gia detto sopra nel capitolo “L’identità e la persona”, l’uomo è una animale sociale, che nasce in relazione e in società, e la formazione della coscienza individuale è una conquista successiva dell’evoluzione culturale della specie.

Per cui il conflitto tra individuo e società è un frutto tardivo dell’evoluzione, che tende a crescere via via che aumenta la spinta all’affermazione dell’Io individuale rispetto alle esigenze del Noi e della collettività, da un lato. E, dall’altro, tende ad aumentare via via che la società perde la capacità di essere un Noi condiviso - che rappresenta dialetticamente l’insieme degli Io che vi partecipano ed è continuamente in evoluzione armonica con le esigenze degli Io che si differenziano e si individuano - per diventare un oggetto a se stante, un’istituzione rigida e tendenzialmente immobile di fronte al divenire della realtà, dei bisogni e desideri umani, magari per garantire il mantenimento del privilegio degli interessi di alcuni gruppi su altri, privilegi divenuti ingiusti rispetto all’evoluzione reale del vivere collettivo.

L’evoluzione della società e della cultura nella storia umana è stato il frutto, non lineare ma dialettico, fatto di tentativi ed errori, del bisogno di sopravvivenza dei gruppi umani e della specie di fronte alle difficoltà del vivere e dell’adattamento all’ambiente; processo in cui ha avuto un ruolo crescente lo sviluppo della soggettività individuale e la dialettica tra questa e la collettività. Il disagio della civiltà è figlio dei momenti di massima tensione di questa dialettica, quando ancora non si è determinato un nuovo equilibrio tra i due poli in evoluzione.

Ciò vuol dire che esiste una possibilità di conciliazione e di nuova armonia, anche se è sempre aperto il rischio che questa tensione conduca ad esiti distruttivi, per l’uno o per l’altro dei due poli, il che alla fine è lo stesso. Le varie utopie sociali che, da Platone al marxismo, hanno attraversato la storia della filosofia, sono state il frutto di questa consapevolezza, anche se spesso improntate ad ingenuo ottimismo o a teorizzazioni unilaterali che non tenevano in conto adeguatamente la realtà dell’animo umano. Ma se l’ottimismo ingenuo ha i suoi pericoli e costi umani dolorosi, esso può sempre essere corretto, mentre il pessimismo nichilista ci condanna all’impotenza e alla disperazione (cfr Ernst Bloch, Il principio speranza). Anche in questo caso sono utili sia il pessimismo dell’intelligenza, che l’ottimismo della volontà (Antonio Gramsci, Quaderni dal carcere).

In parole più semplici, cerchiamo di ragionare concretamente sulla situazione contemporanea.

Il paradosso del mondo contemporaneo

Il mondo contemporaneo vive molte contraddizioni fondamentali, perché enormi possibilità distruttive convivono con potenzialità creative mai esistite prima.

C’è stata nel secolo scorso, ed in parte continua in questo secolo nonostante la grave crisi economica che colpisce l’Europa e molti altri paesi, una crescita quantitativa enorme dei consumi di massa. Il PIL (Prodotto Interno Lordo) di molti paesi è cresciuto esponenzialmente, soprattutto nel mondo occidentale ma non solo. Contemporaneamente si sono enormemente aggravati gli squilibri e le differenze di reddito e di possibilità economiche sia tra il nord ed il sud del mondo sia all’interno stesso dei paesi sviluppati tra le diverse classi e ceti sociali. Ricchezze sempre più ampie contrastano con l’accrescersi di vecchie e nuove povertà, che per milioni di uomini e donne arrivano fino all’indigenza e alla morte per fame. Alla crescita quantitativa non ha corrisposto una uguale crescita qualitativa, anzi la qualità della vita per molti versi appare peggiorata, nonostante il grande allungamento dell’aspettativa di vita delle persone.

La tecnologia ha raggiunto una velocità di sviluppo frenetica, che da un lato comporta soluzioni sempre nuove nel lavoro, nella comunicazione, nel tempo libero e nella vita quotidiana, ma dall’altro aumenta i rischi di distruzione dell’ambiente e della salute psico-fisica delle persone e la sensazione che il gioco possa sfuggirci di mano come ad un apprendista stregone.

L’uomo oggi è “più pericoloso per la natura ( e per se stesso) di quanto la natura lo fosse un giorno per lui”(Hans Jonas, Il principio responsabilità), tanto da rischiare di distruggere la vita sulla terra e di aprire una “contraddizione antagonistica” con le generazioni future; ma nello stesso tempo è capace di ricreare ecosistemi distrutti dalle generazioni precedenti e di prolungare e migliorare la vita.

La terra è diventata un solo immenso villaggio, una rete sempre più interdipendente tra tutte le sue parti, un sistema che - come un organismo biologico - reagisce a tutto quello che avviene anche in punti lontani, collegati dalla circolazione in tutti i sensi di persone, merci, capitali, tecnologie, ma anche idee, segnali, informazioni. Ciò crea una competizione senza confini, con pesanti contraccolpi e conflitti sul piano economico e sociale, processi rapidi di obsolescenza, crisi continue di equilibri, perdita di sicurezze e tutele; ma anche possibilità di nuovo sviluppo e di più elevata qualità del vivere.

Le nuove tecnologie della comunicazione - come ha dimostrato Mc Luhan - sono dialetticamente portatrici di due possibilità opposte: da un lato un “rischio di morte psicologica dell’umanità, separata definitivamente dalle leggi della natura e della vita, attraverso un totale auto rispecchiamento narcisistico”; dall’altro l’opportunità di unificare le qualità degli emisferi destro e sinistro del cervello umano, cioè del pensiero lineare , logico, analitico/sintetico, “visivo”, tipico della cultura occidentale, con quello circolare, olistico, multidimensionale, “auditivo”, caratteristico della cultura orientale, con un arricchimento complessivo e straordinario della cultura umana.

Sul piano del pensiero filosofico (da Nietszche al Postmodernismo), ma anche nella cultura diffusa, cioè negli schemi mentali più o meno consapevoli e nei comportamenti quotidiani, si è andata sempre più affermando una serie di conquiste contraddittorie. Attraverso la libertà dell’individuo da tutti i legami e le appartenenze del passato, religiosi, politici, ecologici, comunitari, addirittura familiari, si è sviluppata enormemente la soggettività: ognuno vuole affermare se stesso, i propri diritti, i propri desideri, i propri bisogni, il proprio progetto di vita. Ciò ha reso esponenziale la crescita della libertà potenziale, ma nello stesso tempo ha determinato una grave tendenza all’isolamento individualistico propria della società liquida (Z. Bauman) da un lato; e dal’altro una concezione e di una pratica nichilista sempre più diffuse.

 La distruzione di tutti i valori operata dalla razionalità occidentale, se da un lato ci ha liberato da schemi mentali e di comportamento limitanti e spesso soffocanti, aprendoci a nuove possibilità di libertà, dall’altro ci ha privato di ogni punto di riferimento e, soprattutto, del senso e del significato della realtà e della vita. Se la “morte di Dio”  rende ogni cosa possibile per l’uomo (Cfr. F. Dostoevskij, I fratelli Karamazov e Memorie del sottosuolo), nello stesso tempo sembra oscurare il motivo e la direzione del nostro agire e del nostro stesso stare al mondo. E ciò, al di là dell’illusione di riempire questo vuoto con il consumo, con “quell’edonismo di massa” di cui ha parlato Pasolini, non può che produrre disperazione.

Le stesse forme del disagio psichico ed esistenziale sono profondamente mutate: "l'evaporazione del padre"  (Cfr. Massimo Recalcati, Cosa resta del padre e Il complesso di Telemaco) e dei valori di riferimento di un'autorità che ha fatto il suo tempo, dalla guerra tra le generazioni (Edipo) ci ha condotto ad un individualismo estremo e alla solitudine senza speranza (Narciso). Non più paralisi isteriche e complessi di castrazione, ma ansia generalizzata e crisi di panico, tossicodipendenze e disturbi alimentari, sindromi depressive, indifferenza, cinismo e pessimismo cosmico. Anche la crisi del Super-Io da un lato libera energie e pulsioni represse e dall'altro rischia di sfociare in infantilismo "perverso-polimorfo" e in una perdita del desiderio che ha bisogno del limite per esistere.

Una nuova responsabilità

L’esito di queste contraddizioni non è scontato, ma dipende dalle nostre scelte.

Forse mai come oggi l’uomo ha avuto davanti a sé una così grande responsabilità, che lo riporta al centro del proprio destino. Una responsabilità resa ancora più grande dalla crisi del pensiero religioso e dei “grandi racconti sul mondo”, le ideologie, le filosofie ed i miti dei secoli scorsi. Anche se la tentazione a rinchiudersi nel proprio particolare o nel privato, spesso sentito come l’unica isola felice nel mare in tempesta di un’esistenza che è divenuta più difficile da comprendere, non possiamo rinunciare ad assumerci le nostre responsabilità creative se non vogliamo rassegnarci all’irrilevanza e “sparire” nel nulla.

L’arte di vivere non ha un valore solo privato. “non si tratta di ritornare a coltivare il proprio giardino” (A. G. Balistrieri, Prendersi cura di se stessi). La centralità dell’individuo artista di se stesso è l’esatto contrario dell’individualismo. “Le attese di realizzazione e di felicità …. Devono riguardare innanzitutto i singoli e possono essere promosse solo da loro stessi”; ma “possono essere perseguite solo all’interno di un contesto sociale che le rende possibili e che esse stesse contribuiscono a plasmare.”

Lo stesso vale per “l’arte della vita”. Essa non può fare a meno della speranza e della fiducia nel futuro dell’uomo, e non solo dell’individuo. E non può fare a meno della dimensione sociale, cioè del rapporto con “l’Altro”. “Senza il rapporto con il Tu l’Io non esiste”,  ha scritto Martin Buber.  

“Solo attraverso il rapporto con l’altro posso conoscere la mia identità”, ci ricorda Umberto Curi nel suo libro Un filosofo al cinema, commentando il film del finlandese Aki Kaurismaki L’uomo senza passato… “Solo vivendo la vita dell’altro è possibile diventare ciò che si è”, scrive lo stesso Curi commentando il film di Patrice Leconte L’uomo del treno.

Un nuovo bisogno di senso

La ricerca di senso è indispensabile per uscire dal nichilismo disperante.

Ma davvero la ragione deve limitarsi a togliere senso? – si è interrogato Eugenio Scalfari. – Non potrebbe invece avere un’autonoma capacità di dare senso e valore, cioè contrastare il nichilismo con le forze dell’illuminismo invece che con quelle del mito?

Secondo me, da sola, la ragione non basta, anche se può dare un grande contributo a questa ricerca. Occorre addentrarsi anche nei territori oscuri dell’inconscio, degli archetipi, dei miti; confrontarsi con le parti oscure che ci abitano come esseri umani, nei ricordi personali della nostra infanzia ma anche in quelli ancestrali della specie che sono stampati dentro di noi. Contrastare la rimozione e l’oblio, per portare queste parti alla luce, non per eliminarle in quanto parti oscure, ma per unificarle con le nostre parti luminose e diventare così persone intere.

 Un nuovo bisogno di cultura

C’è bisogno di maggiore sapere e di sapere più diffuso, per comprendere e orientarci nella complessità e per conoscere e governare le conseguenze delle nostre scelte, garantendo, a livello sociale, la presenza in tutti i campi del sistema/organismo di “anticorpi” di vario tipo (ecologici, etici, comportamentali, giuridici, ecc.).

Ma c’è soprattutto bisogno di un sapere nuovo e diverso, finalizzato a favorire la capacità di orientarsi nel cambiamento, l’attitudine a immaginare, intuire ed inventare il nuovo, la creatività.

E insieme al sapere e al saper fare, bisogna sviluppare il saper essere. Non saremo infatti in grado di affermare alcun valore, né per noi stessi né per gli altri, se non sapremo innanzitutto incarnarlo nella nostra esistenza personale.

 Un nuovo bisogno di valori

 Questo nuovo bisogno di cultura coinvolge anche la sfera dei valori: occorre sapere ciò che ha valore per poterlo tutelare e sviluppare, e anche per poterlo creare.

E’ possibile e necessaria una ricerca corale, in cui ognuno faccia la sua parte di individuo, che vada contemporaneamente in direzione verticale, verso le nostre radici e peculiarità di italiani e di europei,  e in direzione circolare, integrando e unificando valori che provengono da altri universi culturali, considerando la diversità come una ricchezza.

In questo modo possono trovare un nuovo senso valori antichi, come la libertà, la verità e la bellezza, (ma anche la giustizia, l’uguaglianza, la solidarietà o fraternità), insieme ad una concezione dell’essere umano come persona, cioè portatore di diritti (alla vita, alla libertà, al lavoro, alla salute, alla cultura, alla ricerca della felicità, all’amore, ecc.), di doveri (di reciprocità, responsabilità, socialità, empatia, solidarietà, ecc.) e di potenzialità creative, che lo rendono capace di modificarsi e di agire in maniera adeguata in qualsiasi nuova situazione ambientale e culturale.

Oltre a ripensare in modo nuovo antichi valori, è necessario anche crearne di nuovi, la cui esigenza scaturisce dalle mutate condizioni del mondo e dall’evoluzione della soggettività umana.

Sulla questione dei valori mi limito qui a questi accenni, perché svilupperò il discorso più ampiamente in un capitolo successivo.

Riprogettare il mondo

La tendenza tipica dei giovani a “ripensare il mondo” può essere di aiuto.

E’ importante che i movimenti, sociali, politici, culturali, artistici, giovanili - e al limite ogni singola persona - che hanno arricchito la cultura contemporanea di nuovi valori soggettivi, continuino a “riprogettare il mondo”, a proporsi “fini ultimi”, a creare per sé nuovi valori ed a proporli agli altri; purché non pretendano l’assolutezza ed accettino la reciprocità, insieme al valore dell’io affermino anche il tu come valore, e sviluppino un senso di appartenenza alla terra e all’universo come a un unico organismo vivente (come del resto ci aiuta a fare la scienza contemporanea).

L’ecologia è il discorso, la scienza (logos) della casa (oikos) dell’uomo e della vita, dell’essere vivente che oggi sappiamo essere il nostro pianeta (teoria di Gaia). Essa non è un optional, ma una responsabilità primaria per tutti. Il pensiero ecologico (quando non diventa un’ideologia fondamentalista) esprime bene il rapporto tra individuo e società che è necessario, secondo me, per affermare la nuova arte di vivere che oggi si rende necessaria. I comportamenti ecologici, infatti, non possono che esprimersi a partire dalla vita privata individuale, ma hanno enormi ricadute sociali.

In essi la divisione tra pubblico e privato viene a cadere, e si recupera un “orientamento al futuro” (salvaguardare la natura per le generazioni che verranno – Cfr. Hans Jonas, Il principio responsabilità)

 

Oggi, di fronte alla globalizzazione, anche le risorse culturali rischiano di essere sfruttate oltre ogni limite e di venire perciò depauperate, proprio come nell’era industriale è accaduto alle risorse naturali.

E’ molto importante perciò una azione delle forze culturali e di ciascuno di noi per la convivenza pacifica tra culture, popoli, religioni ed etnie diverse, non soltanto condannando la guerra come metodo di soluzione dei conflitti ed i pericoli mortali dell’odio etnico per l’umanità, ma anche affermando l’arricchimento reciproco di cui  è portatore il confronto tra diversi e la necessità vitale per l’umanità di salvaguardare culture e modi di vita diversi e lontani tra loro. “Perdere l’accesso alla straordinaria varietà culturale creata da decine di migliaia di anni di storia sarebbe tanto devastante, per la nostra futura capacità di sopravvivere e svilupparci, quanto la perdita della diversità biologica nel mondo naturale…” (Cfr. J. Rifkin, L’era dell’accesso).

Salvare una specie in estinzione in nome della biodiversità è altrettanto importante che salvare un prodotto culturale, un racconto, un libro, una musica, un film di una cultura emarginata, di fronte al dilagare di immagini di mero consumo e all’omologazione culturale in atto.

La rinuncia all’etnocentrismo e all’imperialismo culturale richiede la rinuncia alla concezione della verità come assoluta. Ma ciò non significa cadere nel relativismo culturale, per cui non c’è alcuna verità dal momento che ce ne sono infinite. E’ una malattia che l’Occidente ha conosciuto nel Novecento, che gli è stata utile per superare i suoi assoluti e che ha cercato di esportare in tutto il mondo; ma che crea altrettanti problemi di quanti ne risolve, poiché alimenta “l’ospite inatteso” (Nietzsche) del nichilismo.

Piuttosto che il relativismo culturale è necessario coltivare il pluralismo, che ritiene che la verità esiste ma noi non possiamo possederne che una piccola parte, una goccia che insieme a milioni di altre contribuisce a formare il mare. In questo mare è importante accogliere ogni tipo di acqua, rifiutando però quella inquinata dall’assolutismo e dalla pretesa di imporre il potere dell’uomo sull’uomo, sulla natura e sulla vita.

 In questa ricerca di verità e di nuovo senso, ognuno deve fare la sua parte. E deve farla in parte insieme agli altri, perché “l’Io senza il Tu non esiste”, come ha detto Martin Buber. Ma, nella “Babele” del mondo contemporaneo, è inevitabile che ognuno debba fare questa ricerca in parte anche da solo.

Ha scritto Joseph Campbell, il grande mitologo americano: “è il cuore dell’uomo (e della donna) oggi il luogo creativo del mito moderno, il centro focale dello sguardo divino”.

Di “quel Dio che in parte siamo noi e che in parte dobbiamo ancora diventare”, come ha scritto Antonio Mercurio. Senza deliri di onnipotenza, perché non nasciamo dal nulla ma veniamo dalla materia e dalla vita che agiscono secondo leggi che ci precedono. Ma anche senza rinunciare alla responsabilità che ci compete, quantomeno come co-autori della creazione nostra e del mondo in cui viviamo.

Omologazione e complessità sociale nella società della comunicazione

Dobbiamo avere il coraggio di pensare, di sperimentare e di esprimerci, non solo per trovare risposte individuali che migliorino il nostro stare a mondo, ma anche perché, nella nuova rete che unisce oggi il mondo, ogni novità culturale è destinata ad entrare in qualche modo nel circuito della comunicazione, e perciò ad avere conseguenze - positive o negative che siano - tendenzialmente nell’intero pianeta.

Contrariamente alla profezia marcusiana di progressiva massificazione e omologazione culturale, infatti, accanto ad innegabili processi omologatori a livello mondiale, il tessuto sociale in questi ultimi decenni si è via via segmentato e disomogeneizzato, aumentando il proprio grado di complessità, fino a tendere alla individualizzazione dei bisogni e delle culture.

Esiste certamente da un lato la tendenza alla concentrazione dei mass-media in “oligopoli” della comunicazione, ma dall’altro cresce la possibilità di comunicare anche come “emittenti” per un numero di persone molto più ampio che nel passato, in quanto le nuove possibilità di utilizzo dei mezzi di comunicazione pongono emittenti e riceventi in una posizione di continuo scambio dei ruoli.

Tutto questo determina, da un lato, una tendenza alla omologazione culturale, e, dall’altro, paradossalmente, sia potenzialità nuove per la fantasia e la creatività umana, sia la possibilità di rilancio per culture, linguaggi, “saperi” regionali, locali, particolari, al limite “personali”, che tendono ad approfondirsi e svilupparsi, con la possibilità di collegarsi con  i grandi flussi della comunicazione e di manifestarsi, almeno in certe occasioni, al mondo intero. Anche questa è una delle contraddizioni che caratterizzano i nostri tempi.

 Cosa cambia nella nostra vita la società della comunicazione

 Le nuove tecnologie della comunicazione, nelle loro diverse forme - usate sia a fini di rappresentazione, sia di comunicazione, sia si conoscenza - dalle banche dati agli strumenti interattivi, dall’alta definizione alla realtà virtuale, dal satellite alle fibre ottiche, dal telefono cellulare al fax, dalla rete ai social network, ecc., - modificano alla radice, nel bene e nel male, il senso antropologico e sociale della comunicazione umana.

Cambia profondamente il mondo del lavoro: al di là delle forme più evidenti come il telelavoro, si prevede che presto solo metà delle professioni richieste dal mercato saranno simili nel nome e nel contenuto a quelle attuali, mentre l’altra metà sarà costituita da professioni del tutto nuove  e da professioni che avranno vecchio nome ma nuovi contenuti.

Cambia il modo di vivere delle persone e delle famiglie in molti aspetti, dal tipo di consumi, al modo di rapportarsi agli altri e di comunicare, di trascorrere il tempo libero, ecc.

Cambia la politica, come nel bene e nel male sta avvenendo anche in Italia negli ultimi decenni.

Cambia il modo di vedere, di interpretare e di rappresentare la realtà, e perciò cambia la cultura. E quindi, altrettanto profondamente, deve cambiare il mondo dell’educazione e della scuola. 

L’importanza dell’arte

Chi può aiutarci ad orientarci in tutti questi processi di cambiamento? A ritrovare il senso smarrito in questa complessità crescente e piena di contraddizioni? Ho scritto nei capitoli precedenti di questo blog molte cose sull’importanza dell’arte. L’arte è in questo momento storico ciò che più di ogni altra cosa può aiutarci a trovare nuovo senso. Nella storia umana, l’arte è sempre stata una delle vie più efficaci attraverso cui l’uomo ha cercato le risposte alle sue domande fondamentali sul senso della vita e della realtà, sui conflitti che caratterizzano l’esistenza, su ciò che c’è oltre la banalità o la drammaticità del quotidiano. L 'arte è l'attività umana per eccellenza che crea nella storia - attraverso una continua sintesi degli opposti che caratterizzano l’esistenza dell’uomo da quando si è “separato” dalla natura e dall’altro da sé diventando un soggetto autocosciente - soluzioni nuove per la vita umana, per cui è importante cogliere nelle opere d'arte l'essenza della creatività artistica per trarne insegnamenti fondamentali per la vita stessa.

Oggi, se è possibile, questo vale ancora di più, di fronte alla crisi dei “grandi racconti sul mondo" delle religioni, della filosofia e della scienza.

 Il cinema come arte del nostro tempo

 Questo vale particolarmente per il cinema, che è innegabilmente l’arte per eccellenza del nostro tempo, il quale, come ho detto, è caratterizzato da uno sviluppo esponenziale del linguaggio audiovisivo e multimediale rispetto a quello parlato e scritto. In questo processo, il cinema sta al linguaggio audiovisivo e multimediale come la poesia e la narrativa stavano e stanno a quello verbale e scritto.

E ciò in quanto mantiene vivi e sviluppa, nell’ambito del linguaggio audiovisivo, la sensibilità poetica, il gusto estetico, la ricerca artistica, l’intuizione di nuove dimensioni esistenziali e di risposte nuove e creative ai temi, ai problemi e ai valori fondamentali della cultura e della vita umana. Cioè promuove nuove conoscenze, nuovi miti e nuovi valori che possono aiutarci ad affrontare le nuove forme del “disagio della cività”.

(vedi i l capitolo sul cinema In questo blog).

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Commenti più recenti

04.05 | 12:29

Mi fa molto piacere il suo commento. Massimo Calanca

...
04.05 | 12:05

parole chiare che mi orientano

...
31.05 | 11:43

Grazie Massimo e Giuliana, avete creato una delle più grandi scuole di formazione, di vita, di gioia che e di trasformazione della persona che esiste.

...
30.05 | 23:51

Grazie Massimo per le belle parole e per avermi insegnato a crescere.

...
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