La persona, il Sé e il progetto. Il dialogo Io-Sé

 

Nelle pagine precedenti di questo blog ho parlato più volte del concetto di persona. E’ un concetto cui faccio spesso riferimento nella mia metodologia di psicoterapeuta e di counselor.

Ho detto che la persona è un essere umano capace di amarsi, di amare e di essere amato, nella libertà.

Nella Metapsicologia personalistica esistenziale di A. Mercurio l’Io Persona è un’istanza unificatrice dell’essere umano nei suoi vari aspetti (Io corporeo, Io psichico, Io relazionale, Io sociale, Io spirituale, ecc…. ed anche Io trascendentale, o Sé). L’Io persona è dotato di libertà e si assume la responsabilità delle scelte e delle decisioni.

Tra i vari aspetti che caratterizzano l’Io Persona, il Sé ha un’importanza particolare, perché rappresenta l’interlocutore con cui l’Io deve dialogare costantemente, in modo conscio o inconscio, per prendere le proprie decisioni.

 

Ma che cos’è il Sé?

Non è facile definire il Sé, perché si tratta di un’istanza più avvertita ed intuita con il sentimento che compresa con la ragione (tanto che ha preso nella storia della cultura varie forme mitiche, comprese quelle religiose).

Il concetto di Sé deriva innanzitutto dalla cultura orientale. Nell’induismo il Sé è la realtà fondamentale dell’essere umano, che coincide con Brahaman e l’Assoluto. “L’equazione âtma Brahaman, il Sé = Assoluto è l’insegnamento supremo non solo dei Vedanta ma anche dello Zen e del Wahdat-al-wudjud sufi (Cfr. E. Pascal, Realizza il progetto che è in te.). Ma concetti analoghi si trovano fin dall’antichità in molte culture ed anche in culture primitive recenti. I Greci lo chiamavano l’intimo daimon dell’uomo, in Egitto anima di Ba, i Romani  genius innato; nelle società primitive spirito protettore dai vari nomi e dalle diverse forme (animali o feticci). Per gli indiani Naskapi (Labrador) era “il compagno intimo”, “il mio amico”, o Mista’pao (il grande uomo). In movimenti religiosi della tarda antichità semplicemente Anthropos ( Cfr. Marie von Franz, Il processo di individuazione, in C. G. Jung, L’uomo e i suoi simboli). Il concetto è stato ripreso, con accezioni diverse, nella storia della filosofia e della psicologia. Ha scritto Fredrich Nietzsche in Così parlò Zarathustra: “Dietro ai tuoi pensieri e sentimenti, fratello, sta un possente sovrano, un saggio ignoto – che si chiama Sé- Abita nel tuo corpo, è il tuo corpo. Vi è più ragione nel tuo corpo che nella tua migliore sapienza (Fiedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra. Un libro per tutti e per nessuno).

C.G. Jung definisce il Sé il punto centrale e unificante della personalità, che spinge l’uomo alla ricerca della totalità. “Il Sé non è soltanto il centro, ma anche l’intero perimetro che abbraccia coscienza e inconscio insieme; è il centro di questa totalità, così come l’Io è il centro della mente cosciente”(C.G.Jung, Aion: ricerche sul simbolismo del Sé).

Il Sé per Jung sta sia all’inizio della vita psichica sia ne costituisce la realizzazione e la meta. Come antecedente dell’Io, il Sé è l’espressione indifferenziata di tutte le possibilità umane, che è espressa nel mito dalla divinità da cui un giorno l’uomo si è emancipato, inaugurando con la ragione identità e differenze, e con ciò uscendo dalla notte dell’indifferenziato. Come meta e realizzazione il Sé rappresenta il riferimento per una nuova ricerca di senso, attraverso il recupero di motivi esistenziali che a suo tempo sono stati rimossi per una adeguata costruzione dell’Io. Ciò vale sia a livello di storia della specie, sia a livello di storia dell’individuo.

Come meta e realizzazione, il Sé è’ l’ultima stazione del processo di individuazione, che è lo scopo non solo della terapia ma anche della vita, che si scopre secondo Jung per lo più nella seconda parte dell’esistenza. E’ un archetipo, anzi “l’archetipo di tutti gli archetipi”, un simbolo intuito e sperimentato della totalità psichica, della coscienza e dell’inconscio, che include la sfera personale e la sfera transpersonale della psiche (Cfr. Jolande Jacobi, La Psicologia di C.G. Jung).

 

Nella psicologia esistenziale ed umanistica il concetto di Sé è diverso da quello junghiano ed è stato profondamente influenzato dalla Fenomenologia di Husserl e dall’ Esistenzialismo di Heidegger e di Sartre. La  fenomenologia e l’esistenzialismo sono interessati all’Esser-ci, all’esistenza qui ed ora. L’esistenza è continuo oltrepassamento dell’essere gettati nel mondo senza scopo, e l’Esser-ci è l’assunzione di responsabilità rispetto alla posizione in cui siamo; l’ex-sistenza perciò è oltrepassamento continuo per la creazione progressiva di se stessi (Sartre). Il Sé è l’istanza della psiche che sollecita, “spinge”, l’essere umano a questo continuo oltrepassamento della propria condizione presente e a questa “creazione progressiva” di se stesso.

 

Antonio Mercurio ha arricchito il concetto di Sé di alcuni elementi della psicologia umanistica e di un contenuto finalistico (Cfr. A. Mercurio, Teoria della persona, cit.). Nella sua visione il Sé è un’istanza centrale della Persona, espressione delle leggi fondamentali della vita e della sua evoluzione, che contiene il progetto individuale di ogni essere umano e, insieme, l’energia e le modalità per realizzarlo, in una tendenza costante a trascendere i propri limiti ed in sintonia con il progetto della specie, della vita e del cosmo (Cfr. M. Calanca e G. Montesanto, introduzione a  A. Mercurio, Teoria dell’inconscio esistenziale).

Sia per Jung, che per l’Esistenzialismo e  Mercurio - e anche per me - non si tratta di un’entità immateriale o separata dal corpo, ma di un’istanza che esprime la caratteristica ambivalenza (o meglio, polivalenza) originaria dell’essere umano, molto viva nelle culture primitive e perdutasi nella scissione platonica, cristiana e cartesiana tra materia e spirito. In quelle culture il corpo umano è materiale e al tempo stesso spirituale, nel senso di simbolico, e con ciò è anche comunitario e cosmico (Cfr. Umberto Galimberti, Il corpo).

 

Il Sé, secondo me:

- è il punto centrale e unificante della persona (o della personalità), che spinge l’uomo alla ricerca della totalità (come dice Jung);

- è un’istanza che spinge l’uomo a un continuo oltrepassamento per la creazione continua di se stesso (come affermano l’Esistenzialismo e Sartre), realizzando le proprie potenzialità, trascendendo i propri limiti e affermando (= creando) la propria identità (Biswanger e psicologia fenomenologica ed esistenzialista);

- contiene il progetto della persona e l’energia di amore e odio necessaria per realizzarlo (A. Mercurio).

Un progetto che è unico ma collegato a quello degli altri (Sé comunitario o sociale) e a quello dell’universo (Sé cosmico) [A. Mercurio; filosofia orientale (induismo, zen, sufi, ecc.). Anche il romanticismo, con l’espressivismo (Herder) sembra riallacciarsi alla concezione “cosmica” del mondo propria degli Antichi. La nostra personalità è dotata di una originalità uguale a nessun altro e per scoprire noi stessi dobbiamo innanzitutto ascoltare la nostra natura interiore. L’io è unito al corpo e tramite esso è in interazione, in comunione con la natura circostante (Rousseau). I sentimenti hanno un potere creativo, la spontaneità e la creatività sono virtù e l’immaginazione svela il significato profondo delle cose]. (Tornerò più avanti sul significato di progetto)

- Caratteristica fondamentale della progettualità del Sé è la trascendentalità, cioè la tendenza a trascendersi, a superarsi, a trasmutarsi, dal «più semplice» al «più complesso», dal «già raggiunto» al «non ancora». E’ una tendenza che riguarda ogni elemento dell’universo e l’universo stesso nel suo insieme; e che spinge l’evoluzione del cosmo e dell’essere umano, attraverso una serie di passaggi e di trasformazioni, di «morti» e di «rinascite», verso sempre nuovi livelli qualitativi della materia, della vita e dello spirito, utilizzando ogni volta i materiali evolutivi precedenti (Massimo Calanca e Giuliana Montesanto, “I concetti fondamentali dell’Antropologia Personalistica Esistenziale”, in A. Mercurio, Teoria dell’inconscio esistenziale, cit).”

Questi nuovi livelli qualitativi nascono da una sempre maggiore complessità. La “direzione” evolutiva è la crescita della complessità (il cervello è la struttura più complessa in assoluto da noi conosciuta). Dalla maggiore complessità nascono i nuovi livelli di qualità (proprietà emergenti).

- Secondo la mia concezione, il progetto del Sé è sia scoperta (= retaggio del passato filogenetico e delle leggi della natura e della vita), sia costruzione (cioè frutto di scelte).

La capacità di decisione e di scelta appartiene in particolare all’Io che ha libertà di ascoltare o meno le indicazioni e la saggezza del Sé.

Questa dialettica tra il Sé e l’Io è fonte di sbagli e di dolore, di deviazioni dal progetto personale, ma è anche fonte di arricchimento della saggezza del Sé e della costruzione del progetto del Sé (personale, comunitario e cosmico).

- Un elemento caratterizzante del Sé è il suo manifestarsi in forma narrativa, sia per quanto riguarda l’individuo (una narrazione personale che le esperienze rimodulano continuamente), sia per quanto riguarda i gruppi (miti e storie identitarie), sia per quanto riguarda l’universo nel suo insieme (cosmogonie mitologiche e cosmologie più o meno scientifiche o frutto di opinioni personali o di mode culturali). [Vedi il capitolo sull’identità in questo blog).

 

Insieme alle strette somiglianze con la psicologia junghiana e con quella esistenziale ed umanistica, in questa concezione del Sé c’è almeno una differenza di fondo: il concetto di progetto cosmico di cui partecipa quello del Sé personale (e del Sé corale o sociale). Sono progetti entrambi finalistici, tesi ad un continuo trascendimento, verso nuove mete di complessità e di qualità dell’essere o della vita.

In questa concezione echeggia qualcosa del pensiero orientale, per cui il Sé coincide con l’essenza dell’essere che sta dietro alla molteplicità del reale. Con la differenza che nella concezione mia (e di Mercurio) non c’è nessun annullamento dell’Io, ma anzi un suo continuo sviluppo creativo – in un dialogo costante con il Sé, verso l’opera d’arte della vita personale, che modifica la storia in quanto incide nell’opera d’arte corale (sociale) e cosmica. Ma su questo tornerò più avanti.

Il dialogo tra l’Io ed il Sé

La cosa veramente importante è comprendere la necessità del dialogo continuo tra l’Io ed il Sé nella realizzazione della persona.

La caratteristica fondamentale dell’Io è di essere l’istanza della persona che sceglie, che prende le decisioni.

Ognuno di noi è quel che è, ma prima di scegliere non sappiamo ancora cosa siamo. La scelta ci rivela, a noi stessi prima che agli altri. O addirittura ci fa essere in un modo in cui ancora non eravamo (A.- G. Balistreri, Prendersi cura di se stessi, Apogeo, Milano, 2006).

Scegliere è sempre un rischio: il rischio di essere diversi dal progetto di vita che proprio con la scelta vogliamo realizzare. Ma non scegliere equivale a non essere. Se non scegliamo, scegliamo il nulla.

Se scegliamo, scegliamo qualcosa. Ma possiamo scegliere qualcosa che non corrisponde al nostro progetto di vita, e quindi al nostro essere, per cui quella particolare scelta non ci fa essere. Per questo la scelta è difficile. “Siamo incalzati tra due nulla: quello della non scelta e quello della scelta sbagliata” (come l’equilibrista sul filo) (Balistreri, cit.). Ma è solo al momento della scelta che si scopre cosa è confacente per noi…. Viene fuori la nostra essenza…. Si rivela ciò che in qualche modo c’era già (il progetto potenziale, embrionale, del Sé), ciò che il nostro essere celava ancora in sé, e che non sapevamo di possedere (il progetto attuale o reale del Sé).

Ognuno è in questo modo agito dal suo essere (dal progetto del Sé) e nessuno può essere veramente diverso da ciò che è (Nietzsche: Ecce homo. Come si diventa ciò che si è). E tuttavia è solo nel divenire che ci riveliamo e l’essere è solo nella rivelazione dell’essere (Balistreri).

A rivelarci in un determinato modo, insieme alle scelte, contribuiscono le circostanze (che non sempre scegliamo e che a volte dipendono dagli altri o dal caso). Inoltre nella scelta è presupposto un certo grado di libertà (almeno quella di scegliere tra alternative limitate). Perciò la rivelazione dell’essere di ognuno di noi non ha nulla di deterministico. Ciò che siamo è in qualche modo ciò che da sempre eravamo (almeno in potenza). Ma solo in quanto siamo divenuti ciò che siamo, lo eravamo già da sempre. Perciò la nostra esistenza non è determinata e la scelta è veramente libera, anche se la scelta è proprio ciò che mi rivela nel mio essere… (Balistreri, cit.).

 

Un concetto che ci aiuta a comprendere tutto questo è quello di proprietà emergente.

Le proprietà emergenti sono quelle che emergono ad un certo livello di complessità di un sistema ma che non esistono a livelli inferiori. In un certo senso le proprietà emergenti erano contenute in potenza già nel livello precedente, ma esse sono emerse, cioè si sono trasformate in atto, solo dopo che il sistema ha raggiunto un certo grado di complessità.

Il nostro essere è un venir fuori: non è già determinato, da un lato, ma non è neanche abbandonato alla casualità della vita. La vita, come fatto biologico, può essere casuale (nel senso che non è finalistica, come dice la scienza); ma l’esistenza no: essa è sempre finalistica (perché ex-sistere=essere come venir fuori).

Essa viene da qualcosa che è già dato e cerca di trascenderlo, di “tirarsene fuori” verso qualcosa di nuovo; ed in questo modo realizza e crea quello che già esisteva in potenza. Non possiamo sapere ciò che siamo finché la scelta non ce lo rivela; e tuttavia la scelta non è determinata da ciò che siamo già in partenza . Da questo punto di vista la vita non ci serve ad altro che a rivelare noi stessi…. “Senza questo compito, la vita si sfalda, non trova il suo fulcro costitutivo; ovvero, come nella canzone di Franco Battiato, non riesce a situarsi nel proprio “centro di gravità permanente” (Balistreri, cit.).

 

La ricerca del Sé

 

Essere il fulcro costitutivo, il centro di gravità permanente della nostra vita, dell’essere umano, dell’Io e della Persona, è una delle caratteristiche fondamentali del Sé. La ricerca del Sé – di questo centro di gravità permanente, di questo fulcro costitutivo – costituisce il compito dell’uomo… perché l’uomo è diventato uomo dandosi un Sé (Balistreri, cit.).

Dandosi o trovandolo? Secondo me un po’ l’uno e un po’ l’altro. “Dandosi” significa per me: sia creando, sia scoprendo. Nel senso che ho già detto della proprietà emergente. Creare significa rendere attuale quello che era in potenza. Ma non si può rendere attuale ciò che è in potenza, cioè far emergere una proprietà emergente, senza creare qualcosa di nuovo.

Per sviluppare il dialogo tra l’Io ed il Sé

Per sviluppare il dialogo tra l’Io ed il Sé:

bisogna imparare a riconoscere il Sé ed i suoi messaggi; e bisogna conoscere le forme che può assumere questo dialogo.

Spesso diciamo che il Sé “parla dentro e parla fuori”. Cosa vuol dire?

Parlare “da dentro”, da parte del Sé, significa manifestarsi attraverso:

  1. Intuizioni;
  2. Emozioni forti e non chiaramente motivate da fatti di realtà;

          Emozioni negative: angoscia, paura, senso di morte …

          Emozioni positive: euforia, entusiasmo, gioia, senso di pace universale …

  1. Pensieri improvvisi e chiarificatori (dopo che ci si è posti a lungo e ripetutamente una domanda attendendo con fiducia una risposta);
  2. Sogni, sia notturni che “ad occhi aperti”. Nei sogni notturni il Sé spesso assume forme simboliche (Jung): i mandala (figure circolari in cui spesso è inscritto il quadrato); il Vecchio Saggio (per l’uomo), la Grande Madre (per la donna), il fanciullo (puer aeternus), l’ermafrodito, simboli che unificano gli opposti, fiori, croci, ruote, un dio (Hermes) o una dea (Atena), una città santa, edifici sacri, un cristallo, la pietra filosofale degli alchimisti (lapis), eroi culturali come Cristo, Krishna, Buddha, la Vergine Maria, ecc. (Cfr. Massimo Calanca, Postfazione parte 2°, in A.A. V.V. Amore di gruppo)

Spesso i genitori e gli educatori dicono ai bambini e agli adolescenti: “smettila di sognare ad occhi aperti, devi stare con i piedi per terra”. Se questo vuol essere un insegnamento ad affrontare la realtà per quello che è, che è importante per evitare fughe nelle facili illusioni, bisogna evitare che diventi una forma di castrazione della capacità di fare e coltivare i propri sogni. Perché i sogni sono importantissimi come modalità di contatto con il Sé. “Nei sogni (diurni) si rivela la segreta esistenza del Sé. … Se tu coltivi un sogno, tu coltivi il Sé” (A. Mercurio).Coltivare un sogno, non come evasione dalla realtà ma con l’impegno costante per renderlo reale, è un modo per far emergere la dimensione trascendentale del Sé. Anche se quello che realizzeremo, sotto la pressione della realtà, sarà diverso da ciò che abbiamo immaginato, nella ricerca per realizzarlo incontreremo altre forme del sogno e altri segnali del Sé.

  1. A metà strada tra “dentro” e “fuori” sono i segnali del Sé che vengono dal corpo. Quando deviamo troppo a lungo dal progetto del nostro Sé personale, e perciò dalle leggi della vita e dal progetto del Sé corale e cosmico, spesso il nostro corpo si ammala … Non si tratta di considerare la malattia come una specie di punizione, ma di interpretarla come segnale del Sé che può esserci utile per trovare una nuova strada.

Non tutti hanno “la fortuna” di possedere un corpo che parla la voce del Sé. Paradossalmente, chi è più incline a disturbi psicosomatici ha una lingua in più per comprendere i segnali del Sé. La psicologia e la psicoanalisi dicono che i disturbi psicosomatici sono “spostamenti” o forme di “conversione” sul corpo di conflitti psichici interni. Quando le decisioni dell’Io ci allontanano dal progetto del Sé questo crea uno dei conflitti interni più importanti che creano un “sentimento di colpa reale”, verso noi stessi e la vita. Per comprendere questo linguaggio del Sé, oltre la nostra personale esperienza, può essere utile conoscere i concetti della medicina psicosomatica o di quella olistica (omeopatia, medicina naturale, orientale, ecc.). Inoltre può essere utile leggere Louise Hay (Guarisci il tuo corpo), i pensieri legati alle diverse malattie e come cambiarli.

 

Possono essere letti come segnali del Sé che “parla” da fuori: 

Le coincidenze significative.

·         Gli incontri inattesi e insoliti, con persone, ma anche con animali e cose (ad es. il cane in Film rosso, di Kieslovski).

·         Persone che ci danno, spesso senza volerlo, una risposta ad una domanda che ci poniamo da tempo.

·         Crisi personali, di coppia, di lavoro, ecc. Vere e proprie catastrofi esistenziali (fallimenti, ecc.). Ma anche eventi che ci vengono inaspettatamente in aiuto …

 

Le coincidenze significative sono coincidenze tra eventi interiori ed eventi esterni, che non sono tra loro collegati da una relazione di causa-effetto, e che ci appaiono perciò strane, inquietanti e misteriosamente significative. (ad es. l’incontro con una persona dopo tanti anni e a cui si è pensato, o si è sognata, il giorno prima).

Qualche anno fa un libro che è andato di moda (La profezia di Celestino, di James Redfield) ha portato all’attenzione di massa (anche se in forma un po’ semplicistica) il tema delle coincidenze significative nel progetto di crescita e trasformazione personale.

Ha scritto Milan Kundera (L’insostenibile leggerezza dell’essere) : “Non si può rimproverare al romanzo di essere affascinato dai misteriosi incontri di coincidenze … , ma si può a ragione rimproverare all’uomo di essere cieco davanti a simili coincidenze nella vita di ogni giorno, e di privare così la propria vita della sua dimensione di bellezza”. In effetti il romanzo e il racconto si basano su una serie di eventi caratterizzata da coincidenze significative tra “l’interno” e “l’esterno” dei personaggi, cioè tra i loro sentimenti e pensieri e gli avvenimenti, gli altri personaggi e l’ambiente, inteso nel senso più ampio.  Per cui è stato ipotizzato che le coincidenze significative, descritte da Jung come eventi sincronistici, possano essere lette anche attraverso l’ipotesi che tutti noi siamo personaggi in una storia, e che quella che sentiamo come la nostra esistenza sia in realtà un’opera narrativa. E poiché non è possibile per noi, come personaggi di un racconto, sapere di essere all’interno di una storia, gli eventi sincronistici servono a farcene rendere conto.( Robert H.  Hopcke, Nulla succede per caso. Le coincidenze che cambiano la nostra vita, cit.)

Si tratta di un’ipotesi suggestiva, che assume un significato più consistente se consideriamo che il racconto di cui siamo parte non necessariamente preesiste alla specie umana – il che presumerebbe un Narratore esterno all’uomo e all’universo - ma può essere nato con essa e con la sua intelligenza narrativa.
Cosicché la storia dell’uomo è inserita nella Storia dell’universo perché l’uomo così l’ha immaginata e la racconta; e, nell’immaginarla e raccontarla, l’ha creata, creando al contempo se stesso come personaggio al suo interno.  Ma, come ogni testo assume una vita autonoma dall’autore che l’ha creato attraverso un rapporto sempre rinnovato con i suoi fruitori (Cfr. Umberto Eco, Lector in fabula), altrettanto avviene con il Racconto creato dall’umanità nell’esperienza individuale di ogni essere umano, che ne è al contempo coautore e lettore.

E’ forse questo a far si che, quando si verificano certe coincidenze particolarmente significative “tra una condizione interna ed un evento casuale esterno che non siamo stati noi a provocare o a causare, non si ha la sensazione di aver scritto quella storia; è come se una forza oggettiva, esterna, un principio divino ordinatore, Dio o il Fato, avesse in mente un suo progetto su di noi e sulla nostra esistenza.”(R. Hopke, cit).

Il progetto

Il progetto è, in generale, “un piano di azione che richiede capacità di valutare il futuro anticipandolo a partire da una corretta valutazione del presente e del passato” (Cfr. Umberto Galimberti, Dizionario di psicologia); in altre parole è “l’anticipazione delle possibilità: cioè qualsiasi previsione, predizione, predisposizione, piano, ordinamento, predeterminazione, ecc., nonché il modo di essere o di agire proprio di chi fa ricorso a possibilità.” (Nicola Abbagnano, Storia della filosofia).

Secondo la filosofia esistenzialista il Progetto è il modo di essere costitutivo dell’uomo, che progettando un mondo trova la sua identità (Heidegger); e secondo la psicologia fenomenologica-esistenziale o umanistica è il tratto cositutivo dell’esistenza umana: l’uomo è un essere che progetta la propria esistenza nel mondo e fra gli altri (L. Binswanger, Per un’antropologia fenomenologica).

Per Antonio Mercurio il progetto della Persona ha sede nel Sé Personale.

“Nel Sé Personale di ciascun individuo è presente come progetto da realizzare, cui tendere, l’identità in quanto Persona. Questo include: realizzarsi come persona in un cammino di autonomia e libertà dalle figure parentali e nei confronti della società;realizzare l’identità di Persona in quanto capacità di comunicare con gli altri, di amare gli altri e di essere amato.

Noi abbiamo bisogno di seguire questo progetto perché non vogliamo che altri facciano progetti per noi al posto nostro; e anche per dare ad ogni uomo la consapevolezza che, se entra in contatto col suo SE’ profondo, saprà da solo qual è il suo progetto da realizzare e non avrà bisogno di farsi imporre un progetto da altri; e non avrà bisogno di sentirsi in colpa se non realizza il progetto di altri”.

Ma  le possibilità di sviluppo spirituale dell’essere umano non finiscono qui.

Antonio Mercurio ipotizza che, una volta realizzato questo progetto di Persona, dal SE’ partirebbe il progetto di un’ulteriore realizzazione. Per capire dobbiamo rifarci al concetto di evoluzione della specie in generale e delle specie uomo in particolare.

“Ad ogni epoca storica il SE’ Personale si modifica secondo gli apporti del SE’ Cosmico. Una volta realizzato questo progetto di identità in quanto Persona, di necessità sorgerà nel SE’ un altro progetto di identità attraverso cui l’uomo cercherà di trascendersi ancora di più, per poi di nuovo tendere verso un’altra meta e così via. In una evoluzione infinita. Il SE’ Personale è in rapporto col SE’ Cosmico, che è frutto di tutta l’evoluzione storica della specie umana.”

Secondo me il progetto è una forma di narrazione (così come l’identità ed il Sé).

Ho già citato in un precedente capitolo di questo blog le parole di Andrea Smorti: “Che cosa è il Sé? Non è facile definirlo. Ce lo possiamo però rappresentare come un testo che giorno dopo giorno viene scritto dal soggetto stesso e dagli altri”. (A. Smorti, Il Sé come testo, cit.)

È stato scoperto che nel cervello umano esiste un sistema deputato a rappresentare la persona secondo i canoni della narrazione, cioè secondo schemi mentali (o associazioni neuronali selezionate evolutivamente) che organizzano gli eventi diacronicamente dando ad essi un significato evolutivo.  Possiamo immaginare questo sistema in modo analogo all’apparato del linguaggio: una serie di schemi innati che si attivano e si articolano attraverso l’esperienza. Un approccio generativo-trasformazionale simile alla grammatica di N. Chomsky. [Secondo Noam Chomsky, gli esseri umani possiedono un meccanismo cerebrale innato specializzato nell’acquisizione del linguaggio: ogni bambino da un numero limitato di esperienze, sa ricostruire una grammatica. Questa è la concezione della linguistica generativo-trasformazionale, che distingue tra una struttura profonda, comune a tutte le lingue, e una struttura superficiale, ottenuta attraverso regole di trasformazione (che differenziano le singole lingue) dalla struttura profonda. Coloro che parlano una lingua sono in grado di comprendere un numero indefinito di frasi che non hanno mai udito prima o che addirittura possono non essere mai state pronunciate da qualcuno. Lo stesso vale per l’apprendimento del linguaggio da parte del bambino. Questo perché esiste una creatività governata da regole per la quale vengono continuamente generate nuove frasi. Perciò la capacità linguistica è un insieme di regole grammaticali universali di cui si ha conoscenza innata. (Cfr. Noam Chomsky, Saggi linguistici)].

Un approccio generativo trasformazionale allo studio del Sé e dell’identità è stato proposto da G. S. Gregg, che, rifacendosi alla “teoria dinamica della personalità” di Kurt Lewin, ha ricercato nella mente umana le leggi fondamentali (genotipi) del Sé e dell’identità distinguendole dalle variazioni “superficiali” (fenotipi) dovute all’esperienza, e studiandone la reciproca integrazione (G.S. Gregg, Self-representation: Life narrative studies in identity and ideology, Greenwood Press, New York, 1991, citato da Hubert J.M. Herman, “L’approccio narrativo alla psicologia della personalità”, in Andrea Smorti, op. cit.).

 

Secondo me, la struttura anatomica e biochimica su cui si fonda il Sé è il sistema dell’interprete (scoperto dalla scienza neurologica) e in particolare della sua espressione attraverso il pensiero narrativo; per cui ho chiamato questa struttura l’interprete narrativo. Esso produce continuamente interpretazioni narrative degli eventi, in parte consolidando ed in parte ristrutturando ed arricchendo la rappresentazione individuale di sé, cioè il Sé personale. La storia di ogni essere umano, dei suoi rapporti sociali (a partire dall’infanzia e dalla vita intrauterina) e la cultura in cui il soggetto è immerso, insieme al suo percorso esistenziale (fatto di avvenimenti, e soprattutto di decisioni e di scelte), rappresentano l’ambiente che dialoga con gli schemi mentali, cioè con gli aspetti categoriali innati del Sé narrativo.

Il Sé e la narrazione

Ho accennato più volte alla dimensione narrativa del Sé, cioè al fatto che si presenta ed in parte si forma come narrazione continuamente ristrutturata di noi stessi e della nostra storia.

Il fatto che l’essere umano tenda a comprendere la realtà e gli eventi in modo analogo alla interpretazione di un testo è al centro della filosofia ermeneutica, che ha ampiamente influenzato il pensiero contemporaneo.  Secondo Gadamer il modello della interpretazione di testi è il modello della nostra esperienza del mondo in generale: l’uomo è un animale interpretante. (Cfr. Hans Georg Gadamer, Verità e metodo).  [E’ interessante notare che già F. Nietzsche aveva affermato: “Contro il positivismo che si ferma ai fenomeni: <<ci sono soltanto fatti>> - direi: no, proprio i fatti non ci sono, bensì solo interpretazioni” (Frammenti postumi) . Altrettanto interessante è l’analogia tra la visione di Gadamer e quella di Maturana e Varela che, da un punto di vista biologico e psicologico, affermano che la vita è conoscenza, cioè un continuo processo cognitivo. (Humberto Maturana e Francisco J. Varela, Autopoiesi e cognizione,  e anche L’albero della conoscenza)].

 

A livello letterario e artistico in generale, ma anche nella vita quotidiana, al di là delle varie definizioni e delle diverse forme, l’essenza fondamentale del racconto è una sola: la rappresentazione di uno o più soggetti o personaggi e del percorso di trasformazione che essi compiono da uno stato ad un altro. Inoltre, – ha scritto Claude Bremond in un famoso saggio(La logica dei possibili narrativi) - “se non vi sono implicati umani interessi  non può darsi racconto, poiché è solo in rapporto ad un progetto umano che gli eventi prendono senso e si organizzano in una serie temporale strutturata”.

Perciò la progettualità e la trasformazione insieme, intese come trascendenza, superamento continuo dei propri limiti, dal «più semplice» al «più complesso», dal «già raggiunto» al «non ancora», sono secondo noi componenti essenziali del Sé. Il quale è una proprietà emergente dell’essere umano, e quindi del cosmo, emersa nel corso dell’evoluzione, che spinge verso livelli più evoluti di esistenza.

E’ su questa origine comune e “contestuale” che si fonda lo stretto rapporto tra il Sé personale e il Sé cosmico, che si esprime come un rapporto tra un nodo e la rete cui appartiene. E’ questa – forse - l’origine del concetto di unità con il tutto che si è espresso in molti miti religiosi nella storia dell’umanità. E che in tempi recenti riemerge sotto forma di pensiero sistemico, circolare, olistico ed ecologico, arricchito dallo sviluppo che ha avuto, in particolare negli ultimi secoli, la soggettività umana e la creatività individuale.

Questa unità con il tutto – la fondamentale unità dell’universo - ha avuto dalla fisica moderna, almeno a livello subatomico, una importante conferma. Secondo la fisica quantistica – come ho già detto -  “le particelle subatomiche non sono “cose”, ma interconnessioni tra “cose” , e queste “cose”, a loro volta, sono interconnessioni tra altre “cose”, e così via.”(Cfr. Fritjof Capra, Il punto di svolta. Scienza, società e cultura emergente). Per usare le parole di Heisemberg (Fisica e filosofia), “il mondo appare così come un complicato tessuto di eventi, in cui rapporti di diverso tipo si alternano, si sovrappongono e si combinano determinando la struttura del tutto.” L’universo dunque è un tutto unificato che, se a livello macroscopico può essere utilmente suddiviso in parti separate (oggetti, atomi, molecole), al livello delle particelle subatomiche si rivela una complessa unità di rapporti di tutto con tutto. Al punto che Gregory Bateson pensava che ogni cosa dovrebbe essere definita non in se stessa ma per mezzo dei suoi rapporti con altre cose e che questa nozione dovrebbe essere insegnata anche ai bambini a scuola.(Cfr. Mind end Nature)

Il concetto di rete

La rete è una delle novità più importanti affermatesi negli ultimi decenni, sia sul piano tecnologico e della comunicazione (Internet), sia su quello culturale del tessuto delle relazioni di reciprocità tra i soggetti sociali e le persone.

Ma il concetto di rete riguarda la realtà nel suo complesso, anche al di là delle relazioni sociali.

E’ importante capire che esiste un sistema complesso di relazioni che, in forme diverse, riguarda sia il mondo materiale che quello sociale e culturale.

Secondo il pensiero sistemico, che si va affermando sempre più nella scienza contemporanea, c’è un sistema di rapporti complessi e reticolari che lega fra loro tutte le componenti della natura:

dalle particelle subatomiche agli atomi, dagli atomi alle molecole, alle cellule, ai corpi, alle specie, all’ecosistema, all’organismo terra (teoria di Gaia).

Tutti questi elementi sono composti da reti e a loro volta appartengono ad una rete, che a sua volta partecipa ad altre reti, fino a formare un tutto che è sistema di reti, una rete di reti. (Cfr. Fritjof Capra, La scienza della vita e La rete della vita).

Questa visione può estendersi all’intero universo (fisica quantistica).

Le reti funzionano attraverso continui scambi reciproci di comunicazioni e di feed-back, che inducono modifiche di comportamento dei singoli nodi e continui adattamenti alle sollecitazioni del contesto, dell’intera rete e dell’ambiente cui la rete partecipa.

Il concetto di rete e di “rete di reti” è il risultato dell’incontro tra la scienza occidentale (basata sulla logica lineare ed il metodo scientifico sperimentale)e la cultura orientale (basata sul pensiero analogico e su una visione olistica della realtà).

Nella cultura orientale l’interdipendenza tra tutte le parti della realtà è un concetto fondamentale.

Il mito di Indra e della sua rete è tipico di questa visione del mondo che oggi, in modo del tutto coerente con il pensiero logico, è stata fatta propria nel concetto di “rete di reti”.

Il mito di Indra è una rappresentazione simbolica della visione Buddhista dell’Esistenza

L’Universo è una rete in cui ad ogni nodo è posto un diamante purissimo, che contiene e riflette in sé tutto il resto della rete. Ogni nodo corrisponde a ogni singolo elemento dell’Universo, pianeti, galassie, esseri umani, animali, ogni cosa. Nella rete ogni elemento è collegato agli altri, una cosa che accade in un punto non è casuale o slegata dal resto, e conseguenza di milioni di altre cose e cause interconnesse attraverso la rete.

Ogni cosa è interconnessa, ogni cosa che avviene dipende da una catena di causa ed effetto ben determinata. Niente è isolato, casuale o indipendente, tutto è interconnesso, relativo, dipendente.

Le ultime scoperte della meccanica quantistica certificano la verità contenuta in questi antichi insegnamenti: le più piccole particelle dell'atomo una volta separate comunicano tra loro in tempo reale! E, ancor più strabiliante, reagiscono allo sguardo dello sperimentatore e le parti che sono state separate ne vengono a conoscenza istantaneamente! 

La metafora dell’organismo e il concetto di rete delle reti possono essere estesi dalla vita biologica alla vita sociale, al rapporto tra individuo e gruppo e tra gruppo e società (Cfr. Luhmann Niklas, The Autopoiesis of Social Systems). Anche le società si comportano come organismi e come reti.

La società può essere considerata come un intreccio complesso di relazioni sociali variamente strutturate.

Non è difficile immaginare che la storia che noi ci raccontiamo su noi stessi e sul mondo sia continuamente influenzata dal rapporto dialettico che noi abbiamo con il tutto e dall’insieme di innumerevoli rapporti tra tutti i nodi della rete di cui siamo parte.

 

Il pensiero narrativo funziona secondo alcune regole di fondo, veri e propri schemi mentali, che rendono la comprensione del racconto in gran parte un processo di anticipazione, di riconoscimento di tali strutture costanti nella storia mentre ci viene narrata (Cfr. Jerome Bruner, La costruzione narrativa della realtà). Questi schemi trattano generalmente i personaggi, l’ambiente e gli eventi come elementi “discreti”, separati, che seguono le leggi logiche di causa ed effetto e sono anche sottoposti alla casualità.

Ma in momenti particolari del racconto, nei passaggi essenziali di una storia, si determina un rapporto tra interno ed esterno dei personaggi molto simile a quello che sperimentiamo nelle coincidenze significative. Qui la legge di causa ed effetto perde potere, e nello stesso tempo lo perde il caso con la sua cecità, per far posto ad un’altra legge: quella dell’unità dell’io con l’universo, attraverso una relazione significativa in cui l’io agisce all’interno di un racconto che ha un suo sviluppo ed un suo senso.

E’ come se il “velo di Maja” – che dà agli eventi e ai personaggi l’apparenza di oggetti separati, sottoposti alla legge di causa ed effetto e alla casualità – in quei particolari momenti si squarciasse, mostrando la rete di rapporti significativi che ci unisce agli altri e all’universo, in una storia che si illumina di senso.

Il Sé e Dio

Parlare di progetto cosmico significa postulare l’esistenza di un disegno prestabilito, o di un vero e proprio fine perseguito dall’universo e dalla vita?

Non è necessario che sia così.

E’ sufficiente ricorrere ai concetti di rete, di sincronicità (Jung) e di progettualità. “Noi siamo immersi in una rete cosmica… … non ci sono mai eventi fortuiti e tutto accade, non per divina provvidenza, ma per sincronicità e progettulità…”(A. Mercurio, La vita come opera d’arte e la vita come dono spiegata in 41 film)

Credere o meno in Dio e nella Provvidenza Divina è una questione di fede personale, che non è in contrasto ma non è richiesta dalla concezione di progetto cosmico di cui parlo.

Io non postulo neanche l’esistenza di un progetto cosmico preesistente alla natura e all’uomo, secondo una logica lineare di cause ed effetti. Ma parlo di un progetto che è contemporaneamente “scoperto e creato” dall’uomo stesso:

  • Da un lato dando forma e ordine (logico e narrativo) retrospettivo alla realtà e al mondo (cosmo) da cui diacronicamente (=secondo il tempo lineare irreversibile) l’uomo stesso è nato;
  • Dall’altro “aggiungendo”, cioè creando, con i materiali a disposizione “qui ed ora” (=la materia e le leggi della natura e della vita) nuovi elementi materiali e spirituali al cosmo stesso e contribuendo ad indirizzarne la storia futura (= a modificarne lo sviluppo della narrazione e del progetto).

 

Tutto ciò ha bisogno di essere approfondito. E per farlo abbiamo bisogno di integrare il pensiero logico-lineare con quello circolare ed olistico.

Stephen Hawking ha parlato di “principio antropico”, cioè di una visione del cosmo che spiega certe caratteristiche della materia in base al fatto che, se così non fossero state, l’uomo non sarebbe esistito, e con esso non sarebbe esistito l’osservatore che conosce - e con ciò rende reali - quelle caratteristiche stesse. In altre parole si può dire, in una prospettiva diacronica (cioè storica e temporale) che l’esistenza dell’uomo era contenuta in potenza in quella del cosmo fin dal big-bang (e ancor prima, se c’è stato un prima): cioè esisteva nel cosmo un progetto che porta all’uomo; e, viceversa, che il cosmo è fatto in un certo modo perché così lo fa l’uomo stesso nel momento che lo conosce, per cui l’uomo è necessario al cosmo altrettanto quanto il cosmo è necessario per lui.

Ma poiché il tempo è (anche) una categoria della psiche umana (Cfr. Giovanni Bruno Vicario, “Il tempo in psicologia”, in AA.VV. La Scienza, Vol. 10, La mente e il cervello) che distingue un passato, un presente e un futuro e ne misura la durata, togliendo il concetto di tempo dalla storia del cosmo possiamo considerarla in una prospettiva sincronica, per cui il cosmo e l’uomo sarebbero “compresenti” e tutto ciò che accade all’uno è collegato a ciò che accade all’altro, e viceversa; e, inoltre, il progetto del cosmo coincide con quello dell’uomo, cioè con il progetto che l’uomo riconosce nel cosmo e con quello che egli stesso si da.

 

Questo vale per tutte le proprietà emergenti: in una prospettiva sincronica sono “contenute” nella realtà da cui scaturiscono, come ho accennato sopra. E l’uomo, con le sue capacità cognitive e progettuali, è una proprietà emergente del cosmo. Ma altrettanto si può dire che il cosmo, così come noi lo conosciamo, sia una “proprietà emergente” dell’uomo (Cfr. Paul Davies, La mente di Dio e Dio e la nuova fisica).

Anche Dio come creazione umana – secondo la visione di Feuerback (Cfr. L’essenza del cristianesimo e L’essenza della religione) -  può essere inteso da noi come una proprietà emergente. Esso infatti è una proiezione di qualità emergenti – o che desideriamo che emergano – nell’uomo, elevate al livello di perfezione; è un’espressione della volontà dell’uomo di trascendersi. Ma, ritenere che l’uomo abbia creato Dio, non significa negarne l’esistenza. Come Dio ha bisogno dell’uomo per nascere nella storia, altrettanto l’uomo ha bisogno di Dio per essere propriamente uomo, tanto da averlo creato per una propria necessità intrinseca come specie umana. E, una volta creato, anche sapendo che è una propria creazione, non può semplicemente ignorarlo o negarne l’esistenza “sostanziale”, ma deve farci i conti – anche, se preferisce, cambiandogli nome, ma mantenendone la sostanza del concetto - pena il negare se stesso in quanto uomo.

Ha scritto lo psicoanalista junghiano Robert H. Hopcke (op. cit.): “che siano religiose in senso tradizionale o più idiosincraticamente spirituali” in senso individuale, le nostre esperienze religiose e spirituali, le nostre credenze e pratiche, “costituiscono parte essenziale ed universale della nostra appartenenza al genere umano, indipendentemente dalle trasformazioni esterne che la fede nella ragione e nella scienza è stata in grado o continuerà ad essere in grado di produrre.”

E’ quello che Jung ha definito “istinto religioso” dell’essere umano e che ha riferito al suo concetto di Sé, che Eric Fromm ha chiamato “l’atteggiamento religioso, di ammirazione, commozione e unione con l’universo” e che lo psichiatra e psicoanalista Victor Frankl ha denominato bisogno “noetico” (da nous=spirito) della specie umana, che spinge l’uomo ad auto-trascendersi, ad uscire da sé, ad orientarsi verso il mondo “in cui cerca un significato da realizzare o una persona da amare”.

 

BIBLIOGRAFIA

 

          Massimo Calanca e Giuliana Montesanto, “I concetti fondamentali dell’Antropologia Personalistica Esistenziale”, in A. Mercurio, Teoria dell’inconscio esistenziale, Costellazione di Arianna, Roma, 1995.

          Robert H.  Hopcke, Nulla succede per caso. Le coincidenze che cambiano la nostra vita, Mondadori, Milano, 1998.

          Andrea Smorti, Il Sé come testo. Costruzione di storie e sviluppo della persona, Giunti, Firenze, 1997.

          A. Mercurio, La vita come opera d’arte e la vita come dono spiegata in 41 film, SUR, Roma, .

          Umberto Galimberti, Dizionario di Psicologia, Gruppo Editoriale L’Espresso, Roma, 2006.

          A.G. Balistreri, Prendersi cura di se stessi, Apogeo, Milano, 2006.

          Massimo Calanca, Postfazione parte 2°, AA. VV., Amore di gruppo, Ed. Armando, Roma, 2008.

          E. Chimienti, Antropologia Personalistica Esistenziale, Ed. S.U.R., Roma, 1995.

          Fiedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra. Un libro per tutti e per nessuno, Adelphi

          C. G. Jung, L’uomo e i suoi simboli, Rizzoli

          Jolande Jacobi, La Psicologia di C.G. Jung, Boringhieri

          A. Mercurio, Teoria della persona, Costellazione di Arianna

          Milan Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere, Adelphi

          Umberto Eco, Lector in fabula

          Jerome Bruner, La costruzione narrativa della realtà

          Giovanni Bruno Vicario, “Il tempo in psicologia”, in AA.VV. La Scienza, Vol. 10, La mente e il cervello

          Paul Davies, La mente di Dio e Dio e la nuova fisica)

          Feuerback, L’essenza del cristianesimo; e L’essenza della religione

          Vito Mancuso, Io e Dio, una guida per i perplessi,  Garzanti, 2011

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Commenti più recenti

04.05 | 12:29

Mi fa molto piacere il suo commento. Massimo Calanca

...
04.05 | 12:05

parole chiare che mi orientano

...
31.05 | 11:43

Grazie Massimo e Giuliana, avete creato una delle più grandi scuole di formazione, di vita, di gioia che e di trasformazione della persona che esiste.

...
30.05 | 23:51

Grazie Massimo per le belle parole e per avermi insegnato a crescere.

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